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I miei stupidi intenti – Bernardo Zannoni

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I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni è un libro esistenzialista senza che se ne abbia l’impressione, di facile lettura, anche divertente in alcuni tratti. Permettendo ad un pubblico anche meno attento di porsi questioni profonde e proponendo riflessioni centrali per l’esistenza dell’uomo. Il tutto fingendo di guardare un prodotto Pixar.

I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni

Raccontare la vita è l’aspirazione di ogni scrittore che voglia fare letteratura. Scrivere è osservare, cercare di vedere il non visto ed infine ritornare alla vita in un movimento hegeliano in cui, a voler sminuire molto, tutto torna come prima. Eppure qualcosa rimane dopo la letteratura: è la vita osservata, spiata, vista da un altro punto di vista.

Quando troviamo punti di vista nuovi, critici o semplicemente contemplativi, la nostra lettura si fa attenta, curiosa, come in un giallo senza che vi sia un giallo. Per questo è una sorpresa piacevole quella messa insieme da Bernardo Zannoni nel suo primo libro I miei stupidi intenti, vincitore al Premio Campiello e grande rivelazione nel panorama italiano.

La questione per cui abbia sorpreso non è difficile da individuare, ma oltre la superficie delle cose bisogna andare leggere tra le righe le sfumature di un’opera davvero accattivante.

La storia narrata da Zannoni è semplice e di chiara comprensione sin dalle prime righe: una giovane faina rimane orfana di un padre ricordato solo per essere un ladro, un trafficante, un furfante. A scoprire la figura del padre ci aiutano le prima parole di Archy, questo è il nome della faina protagonista, e le ingiurie della madre che non si lesinano per tutto il libro a tutti i personaggi.

Siamo all’inizio del libro, i personaggi vengono scoperti poco per volta dagli occhi di Archy attraverso diversi sentimenti: pietà e confronto per il fratello debole, invidia per il fratello forte, amore per la sorella.

È tutto molto cupo nella vita di Archy, la madre non sa come mantenere i piccoli e maledice la condizione in cui si è ritrovata costretta. Al culmine di una disavventura nel cercare di rubare le uova di un uccello, Archy viene spedito a lavorare in cambio di una mezza gallina dalla vecchia volpe Salomon, un usuraio con il gusto della riflessione ed una profonda devozione religiosa.

Salomon si avvicina all’uomo, anzi si sente in parte uomo. Dal suo arrivo dalla volpe Archy scopre il mondo duro e cinico degli adulti: la durezza della vita, la condizione infame in cui vive il più debole e il più fragile. La faina deciderà di raccontare le sue avventure come per tenere il segno di ciò che accade in una vita.

Esistenzialista senza averne l’aria

La trama come detto è semplice, l’invenzione pregevole, ma è lo sviluppo degli stati d’animo del protagonista ad essere una calamita per tutte le duecento pagine.

Con una bella invenzione stilistica Zannoni trasforma Archy in un Candido o meglio ancora in un protagonista alla Camus alle prese con la pochezza della vita. A colpire infatti sono le riflessioni, le osservazioni che attraversano il libro e che coinvolgono il lettore in un mondo cupo e privo di giustizia, ma anche di riposo, come in un libro di Camus.

Il naso all’insù e l’ingenuità iniziale di Archy lasciano il passo alla pura cronaca, sino ad arrivare alla constatazione dell’età matura.

Se pensiamo in generale alle storie narrate attraverso un esperimento di antropomorfismo, gli animali sono portatori di novità positive, di pregi morali, di qualità sconosciute all’uomo. Pensiamo solo a Kipling o in generale al tema delle favole (con alcuni distinguo ovviamente): gli animali capiscono per istinto quello che all’uomo è celato per egoismo. Zannoni fa il contrario, mostra la durezza di una vita senza riflessione, senza giustizia, senza ambizione di miglioramento, fino ad arrivare alla constatazione che la vita può essere un incubo se fraintesa.

E poi c’è la morte, un confronto senza colpi proibiti tra la ragione, l’istinto e l’inesorabile fine di tutti.

Il grande pregio di Zannoni, ma se vogliamo anche furbizia nel senso migliore del termine, è di riuscire ad infilare un libro esistenzialista senza che se ne abbia l’impressione, di facile lettura, anche divertente in alcuni tratti. Permettendo ad un pubblico anche meno attento di porsi questioni profonde e proponendo riflessioni centrali per l’esistenza dell’uomo. Il tutto fingendo di guardare un prodotto Pixar.

Bernardo Zannoni- I miei stupidi intentiSellerio

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