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There Is a Light That Never Goes Out – Parte 3

Il semaforo rosso gli diede la possibilità di indugiare ancora un po’ verso il loro vecchio palazzo. Curiosamente se lo ricordava diverso, i colori, soprattutto, sembravano essere più accesi, con il rosso dei mattoni che contrastava efficacemente con il bianco utilizzato per verniciare le ringhiere. Provò a ridisegnare nella mente il suo vecchio balcone, non aveva mai avuto il pollice verde eppure in quegli anni quei tre metri quadrati di spazio avevano visto di tutto. Dal primo giorno in cui erano entrati in quella casa, popolare di verde quello spazio aperto era diventata una missione. Riuscì a piazzarci dentro di tutto, da un improbabile limone piantato in un vaso sovradimensionato, a una coppia di gelsomini che negli anni coprì un’intera parete adibita a rampicante. Era uno spazio piccolo, ma lui cercò in ogni modo di renderlo una sorta di foresta, stipandoci dentro ogni sorta di vegetale, stagionale o meno. Era il suo modo di occuparsi della casa, di mettere una sorta di sigillo in quello che lui credeva essere il suo mondo.

Sara, la sua ex moglie, non aveva mai mostrato entusiasmo per questa lotta contro la natura, ma non lo aveva nemmeno mai fermato. Si era opposta solo una volta, il primo anno di convivenza, quando aveva cercato di installare un costoso impianto di irrigazione automatico, imprescindibile, secondo lui, per mantenere in vita le piante nei dieci giorni di ferie che avrebbero avuto in agosto.

Il ricordo di quell’episodio lo fece sorridere, come difficilmente gli capitava quando il suo passato matrimoniale decideva di riaffiorare alla memoria.

I suoi due anni scarsi di matrimonio si erano nascosti in qualche parte remota della mente, ne sentiva la presenza in ogni istante della sua vita eppure non riusciva a metterne più a fuoco i contorni. Di quegli anni, almeno fino a quell’esatto momento, seduto su quel bus semivuoto, come copertina dell’album di ricordi gli era rimasto solo il giorno del trasloco nella sua casa attuale. Entrambi si erano presi un giorno dal lavoro, pensando che farlo in un giorno feriale avrebbe reso la cosa più semplice, la domenica rattristava tutti e due. Lui aveva calcolato tre viaggi in auto, due per gli scatoloni e il terzo per gli ultimi sacchetti e la spesa per i primi giorni. Mentre svuotava librerie, armadi e ogni sorta di spazio che nel corso degli anni aveva occupato, Sara puliva casa. Puliva in maniera certosina, in silenzio, occupandosi di spazi di cui in quegli anni nemmeno sospettava l’esistenza. Aveva spazzolato le fughe delle piastrelle, lavato le tende, si era concentrata in maniera certosina sul cassone delle tapparelle.

Un’immagine, più di tutte, ebbe la forza di imprimersi nella sua mente, ed era quella di lei, sulla scala, che strofinava con forza levando strati di polvere incancrenita sul cassone vicino al soffitto, e di  lui, ai suoi piedi, che riempiva scatoloni in silenzio seduto sul letto. Odiò quell’ultima istantanea di vita che, giocoforza, divenne il simbolo di un matrimonio e del suo fallimento.

Il telefono vibrò ancora una volta:

“Non dirmi che sei davvero in viaggio”

“Tutto sembra remare contro, ma ti confermo che sono in viaggio”

“Ricordati l’antizanzare, che pallido come sei stasera ti mangeranno”

“Berrò del vino bianco, pare sia un repellente naturale”

Si aprirono le porte e la ragazza del cellulare si fiondò fuori, cappuccio in testa, mani nelle tasche, attraversò di corsa e si infilò in viale Zara, probabilmente in direzione di uno dei locali dell’Isola. Salì un giovane uomo coi capelli lunghi, vestito bene, curato. Dopo aver obliterato il biglietto si sedette composto e indossò un paio di Beats rosso fuoco. Aprì un libro e si mise a leggere tenendo il tempo con la testa. Dietro di lui, fermando la chiusura delle porte con il corpo, salì un signore in giacca e cravatta, ansimante e paonazzo. Indossava un vestito beige e uno zainetto sportivo che lo faceva somigliare a una sorta di yuppie fuori tempo massimo.

Si tolse lo zaino per appoggiarlo a terra, lasciando intravedere sulla schiena una sagoma di sudore, poi si accasciò sul sedile più vicino e iniziò a comporre un numero di telefono. Aveva la fede al dito, una piazza pronunciata e dei modi da cinquantenne che stridevano un po’ con l’immagine da giovane rampante che voleva comunicare al mondo. La persona dall’altro capo del telefono sembrò accusarlo di qualcosa, perché d’istinto si rimise composto e abbassò la voce.

Guardandolo parlare al telefono, gli venne naturale chiedersi se anche lui sul suo balcone avesse un irrigatore automatico.

Si rivide ancora una volta, fermo davanti alla porta d’ingresso, con in mano un catalogo di accessori per il giardinaggio. E  poi vide Sara, non ne ricordava i vestiti ma la pettinatura, coi capelli biondi raccolti in uno chignon con una matita, che ridacchiando, suonava al campanello del vicino per chiedergli il favore di innaffiare le piante durante la loro assenza.

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Su massimo miliani

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Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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