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Storia di Anna

(Raccontata dalla figlia)

Quella sera Alfredo, mio padre, era rientrato prima del solito. Il non trovarla in casa lo aveva mandato in bestia.

Si era sfilato le scarpe, lasciandole dietro la porta dell’ingresso; era il chiaro segno che la rabbia stava montando, che era pronto alla lotta. Sapeva che le dava tremendamente fastidio che lui lasciasse le scarpe così, in bella vista. «Appena torna gliele faccio raccogliere con la lingua» si era consolato.

Da quando mi sono trasferita – andando a convivere con Paola, il mio amore di sempre – la casa è silenziosa e ordinata. Più nessun raduno di ragazze allegre e incazzate con il mondo per gli insulti e gli sberleffi ricevuti per la loro omosessualità, per il loro amore sbandierato al mondo senza vergogna. Più nessuno scontro per guadagnarsi il bagno padronale. Più nessun disordine di libri sempre aperti sul bracciolo del divano e posaceneri sempre pieni che nessuna di noi svuotava, come se fossimo tutte affezionate ai nostri rifiuti. Ma ero andata via per un motivo ancora più importante: ero stanca dei loro continui litigi; ero stanca della rassegnata sopportazione di mia madre nei confronti di quel marito tanto perbene in apparenza e tanto bestiale in privato. Il giorno della partenza – oh la chiamava così, ma io stavo solo andando in un altro quartiere! – quando era giunto il momento ci eravamo abbracciate, mi aveva accarezzato i capelli, come faceva quando ero una bambina. «Ora puoi tirare un sospiro di sollievo, avere la tranquillità che ti meriti» mi aveva detto.

«Mamma pensaci, vieni con noi. Lascialo, lascialo morire nella sua cattiveria. Da solo non è in grado di fare niente, avrebbe la fine che si merita: solo, denigrato e abbandonato da tutti, perché tanto tutti hanno capito.»

«No tesoro, lo conosco fin troppo: verrebbe anche a casa tua e ci andreste di mezzo tu e Paola. No, vai, cercherò  di cavarmela.»

«Mamma, ci sono tante associazioni che si occupano di donne nella tua condizione: ho alcune amiche che ci lavorano. Fatti accompagnare, finiamola con questa brutta storia, prima che sia tardi.»

Avevo assistito – e più di una volta – allo scatenarsi della furia di mio padre, suo marito. Bastava poco per fare scattare in lui la scintilla che accendeva la sua bestialità. Per quel poco si abbandonava – come fosse stato un rito liberatorio – a ogni sorta di furia. Poteva accendersi perché riteneva che la pasta non fosse cotta secondo i suoi gusti. A volte era troppo cotta, altre troppo scotta. Una volta le aveva ordinato di andare in cantina a prendere una delle sue bottiglie preferite perché lui non era il tipo da alzarsi da tavola per fare quelle cose “da donna” – come le definiva, e lo diceva con scherno e cattiveria; quando era risalita il sugo era bruciato. Come il suo braccio, quando lui glielo aveva rovesciato addosso.

Erano tutte cose da donna: apparecchiare, pulire, tenere in ordine, portare giù l’immondizia, fare la spesa, lavare panni e asciugare piatti. Lui, il maschio, non poteva che essere servito. La sua giornata era diventata interminabile: lavorava dieci ore al giorno nella sua agenzia immobiliare, correndo per la città per incontrare clienti, per mostrare appartamenti e terreni. Erano queste e altre le occasioni che Alfredo non perdeva per colpirla. La prima volta – quella che rimane impressa più a lungo e per sempre nella memoria, infilzata a forza nel cuore come un paletto che colpisce un vampiro – era successo quando io avevo pochi mesi. Quella volta – non me ne ricordo più il motivo – si era limitato, quasi fosse una prova generale, a colpirla con un manrovescio in pieno viso. L’aveva abbattuta, come fosse stata la palla che il pallavolista colpisce mentre esegue una perfetta schiacciata. Aveva ringraziato il cielo che io non fossi lì, ma nella mia culla. Era certa che se anche mi avesse tenuta tra le braccia lui non avrebbe esitato.

Negli anni tutto è proseguito in un crescendo. Il primo manrovescio le aveva lasciato sul viso un ematoma che l’aveva costretta a casa per la vergogna e lo schifo che provava per se stessa: così incapace di reagire, di sottrarsi allo scempio quotidiano a cui quell’essere immondo la sottoponeva. In seguito, per non lasciare segni visibili all’esterno – perché teneva ai suoi guadagni e al tenore di vita che non ci saremmo potuti permettere senza – aveva cambiato strategia. La colpiva ai fianchi, al torace, all’addome. Erano colpi violenti e dolorosi. Non erano visibili ma la costringevano a restare lontana per giorni da quel lavoro che amava di certo più di lui. Poi, quando le assenze si erano nel tempo fatte sempre più ravvicinate e le scuse che trovava sempre più improbabili, Raima – la sua amica e socia, profuga da un Iraq in cui aveva visto fin troppe violenze per non comprendere ciò che le succedeva – le pose l’aut-aut: o si decideva a denunciarlo, o la loro società e la loro amicizia sarebbe finita. Ma lei sapeva – certo che lo sapeva – di non potere continuare in quella situazione e che prima o poi l’avrebbe uccisa, ne ero certa. Allo stesso tempo aveva come il timore che se l’avesse fatto – se l’avesse denunciato – avrebbe accelerato la sua fine. In macchina con Raima si era già pentita: avrebbe fatto tardi, sarebbe arrivata dopo di lui, il quale non avrebbe gradito affatto di non trovare la tavola pronta.

Quella sera la nebbia era calata di colpo, coprendo la città come non faceva da tempo. Il traffico sulla tangenziale era rallentato per la scarsa visibilità, ci volle più di un’ora per percorrere il tragitto fino alla questura. Il poliziotto che le accolse era un tipo che aveva poca pazienza con le storie delle donne, convinto com’era che fossero sempre loro le artefici dei propri guai. Per lui il vecchio proverbio cinese “Quando torni a casa picchia tua moglie, tu non sai perché ma lei sì” era sempre valido. Si era liberato di loro indirizzandole all’ufficio della collega. Fra donne si intendono meglio, doveva aver pensato. Lei aveva raccontato e la poliziotta aveva redatto il verbale, consegnandole una copia con il consiglio di rivolgersi a un avvocato o a una delle associazioni che si occupano di questi problemi. Prima di congedarla le aveva consegnato il suo biglietto da visita.

«Se accade di nuovo mi chiami: lo coglieremo in flagranza di reato e lo arresteremo; per il momento posso solo trasmettere la denuncia alla procura della Repubblica.»

Era appena rientrata, spaventata e disorientata a tal punto da dimenticare di nascondere la denuncia nella borsa. Non si era accorta che le pendeva malamente dalla tasca del cappotto. Aveva appena aperto la porta, ma Alfredo non le aveva dato il tempo di muovere un passo. «Dove sei andata, maledetta puttana, con la tua amica araba? Dov’è la mia cena, stronza puttana?»

L’aveva sbattuta contro la parete, tenendola ferma con le mani che le stringevano la gola. Il foglio era caduto.

«E questo?»

L’occhio furente si era rivolto verso il foglio che stava ancora planando: lo aveva afferrato ancora prima che arrivasse a terra. Con una mano la teneva sempre inchiodata al muro bloccata per la gola – con il respiro che si faceva sempre più affaticato, forzato, flebile – e con l’altra leggeva la denuncia. “Questura di Torino, in data odierna davanti alla sottoscritta blablabla ispettrice della polizia di Stato è comparsa la signora balablabla che blablabla.” Il tono di voce ora era tagliente, ogni parola era una staffilata che le giungeva sempre più lontana. «Mi hai denunciato, mi hai denunciato» scandiva le lettere a una a una, mentre perdeva sempre più fiato «e ora? Dove pensi di andare, brutta puttana, miserabile stronza?»

Nonostante il viso di mia madre fosse ormai cianotico, aveva afferrato il primo oggetto che si era trovato a portata di mano – un ombrello – e l’aveva colpita, colpita e ancora colpita. Metodico e malefico, l’aveva colpita fino a quando del suo viso era rimasto ben poco. Lei era scivolata, come una bambola di pezza quando la metti in piedi e non si regge perché non si può reggere. Non era rimasto molto di lei. E nemmeno della sua vita. Sulla sua tomba farò  incidere: “Come Ollie McGee”.

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