Atto V
La donna sta sorseggiando un succo di frutta. Nonostante il caldo torrido, non ha tolto il cappello a falde ampie, che le copre per metà il volto. Vorrebbe che le coprisse anche i pensieri, che vagano liberi e fastidiosi nella sua testa, senza che riesca a fermarli.
(E anche oggi è andata. Dopo quindici anni ancora sto qui a guardarmi intorno, sospettosa. Non so esattamente perché, in fondo mica mi hanno cercato, allora. Ma ho questa strana sensazione che mi perseguita. Come se da un momento all’altro lui mi debba comparire davanti e… mah, eppure non credevo di coltivare sensi di colpa. Ho avuto quello che volevo in fondo, no? Il mio tempo è del tutto mio. Quella mocciosa tutta moine con suo padre non poteva certo fermarmi Eppure. Non so, ma ho come un magone che certi giorni mi prende. Quando incontro la bimba che vive al piano di sotto mentre va a scuola: linda e ben vestita, allegra, sorridente, mano nella mano della madre. Dicono che il sangue non sia acqua, che come madre avrei dovuto sentire lo strappo, quando sono scappata e l’ho lasciata senza una parola. Non so, davvero. Non ricordo di aver provato altro che un senso di liberazione dalla routine sveglia-colazione-casa-spesa-pranzo. E via così, giorno dopo giorno. Per non dire di quei mesi di gravidanza: che rabbia quelle giornate a letto per tutelare il nascituro. E a me chi ci pensava? Tutti a dire dai, resisti che poi sarai ripagata, una bella bambina ti riempirà la vita! No, non me l’ha riempita, me l’ha invasa, la vita).
La ragazza è affacciata alla balaustra che corre lungo tutto il lungomare. Dalla parte di balaustra accanto al bar si vede bene chi è seduto sulla veranda sul mare.
Eccola, con la sua aria da diva, pensa con rabbia.
Senza pensarci ancora entra nel bar e raggiunge la donna.
La ragazza – «Posso sedermi?».
La madre – «Ci conosciamo?».
La ragazza – «Direi di sì, sono tua figlia».
La madre volge la testa verso il mare.
La madre – «E dovrei crederti?».
La ragazza – «Fossi in te lo farei».
La madre – «Mettiamo che tu sia davvero mia figlia, cosa vuoi da me?»
La ragazza – «Guardami, tanto per cominciare».
La ragazza posa la borsa sul tavolo. Dalla piega della tasca fa capolino un luccichio metallico. La madre gira appena il capo. Non si è accorta del luccichio, è intenta a guardare meglio la ragazza.
La madre – «Sì ora che ti guardo meglio… l’attaccatura dei capelli, quel ricciolo sulla fronte. Eri così quando me ne andai».
La ragazza – «Tutto qui quello che hai da dire?».
La madre – «Cosa vorresti? Un atto di contrizione? Non l’avrai, non sono pentita di quello che ho fatto. Tu non sai… la verità».
La ragazza – «Quale verità?».
La donna si gira nuovamente verso il mare.
La ragazza – «Quale verità? Di quale verità stai parlando?».
La madre – «Davvero tuo padre non ti ha detto nulla, in tutti questi anni?».
La ragazza – «Mi ha detto sì: mi ha detto di come si è innammorato di te, mi ha detto di come ha sofferto quando sei sparita. Quando gli ho chiesto perché non uscivamo a cercarti mi ha detto che non serviva, che un giorno saresti tornata, mi ha detto che nessuna madre resiste a lungo lontano dai figli».
La madre – «Solo questo?».
La ragazza – «SOLO questo? E ti pare poco? Beh hai ragione, forse avrebbe dovuto dirmi quanto sei folle, avrebbe dovuto dirmi quanto sei anaffettiva e stronza».
La ragazza si era ripromessa di controllare le emozioni, soprattutto la rabbia che, ne era sicura da tempo, sarebbe esplosa al solo trovarsela davanti.
Ma non ci riesce. Lo stomaco le si sta contraendo, potrebbe vomitare da un momento all’altro. Anni di domande e di tristezza. Ne ha abbastanza. Ormai è sicura che da quella storia, da quel momento, non ne uscirà intatta. Allora tanto vale fare ciò che aveva programmato.
La donna le ha girato di nuovo le spalle. È il rifiuto definitivo? L’epilogo della storia dovrebbe essere quel silenzio e quel viso voltato verso il mare?
Senza muoversi, la ragazza raggiunge con la mano la pistola di cui si intravvede la bocca della canna dall’apertura della borsa. Ha già il colpo in canna, deve solo premere il grilletto. Un colpo, e la prenderebbe all’altezza del fianco destro. Si guarda intorno. Nessuno sta badando a loro due. Forse farebbe in tempo ad alzarsi e andare via senza essere notata. Senza essere additata come l’assassina. Pochi secondi per decidere, pochi secondi a fare da spartiacque tra un prima e un dopo, nessuno dei due migliore dell’altro.
Atto IV
Lui – «Raccontami di te».
Lei – «Mi piacciono i treni e gli elicotteri. Mi ricordano la terra, un campo. Il treno è il millepiedi che tentavo di scacciare e di far rotolare giù dalla foglia; l’elicottero è il moscone o il porcellino di Sant’Antonio. Era un campo bellissimo che si apriva oltre la strada. Ci andavamo a giocare. Papaveri, fiori di camomilla e quei fiorellini azzurri un po’ spelacchiati che non so come si chiamino».
Lui – «Nontiscordardimé, quelli si trovano nei campi».
Lei – «Sì, forse».
Lui – «Dai continua».
Lei – «Non so, mi sembra tutto così assurdo, così lontano».
Lui – «Cosa?».
Lei – «Tutto. Tutto. Hai mai fatto camminare le spighe selvatiche sui palmi delle mani? Sai come si fa?».
Lui – «No».
Lei – «Perché no?».
Lui – «Giocavo a pallone».
Lei – «Ah certo, i maschietti non annusano fiori di camomilla e non badano alle spighe. Mia madre si arrabbiava sempre. Diceva che ogni volta che andavo nel campo tornavo con i vestiti e le scarpe sporche. Lei odiava lo sporco. Io odiavo pulire».
Lui le sfiora i capelli.
Lei lancia una pietra in acqua. A quest’ora è quasi ferma come se fosse stanca.
Il sole ha per metà il colore del tramonto.
Lei – «Mia madre un giorno se ne è andata. Mio padre era al lavoro. Io ero a scuola e quando sono tornata la casa era vuota. A quell’ora normalmente c’era odore di sugo o di verdure o di polpette, ma quel giorno non c’era niente di niente. Sono entrata perché avevo le chiavi, altrimenti sarei rimasta ad aspettare mio padre fino alle cinque. Era quella l’ora in cui tornava. In casa era tutto in ordine come sempre, te l’ho detto che odiava lo sporco. Ho guardato in cucina e non c’era niente di pronto. Ho aperto il frigo e mi sono preparata un panino».
Lui – «Ma non hai trovato un biglietto, qualcosa? Era andata via così?».
Lei – «Oh sì! L’aveva già detto tante volte: “un giorno di questi sparisco”».
Lui – «Ma perché?».
Lei – «Aspetta».
Si alza e va a bagnarsi i piedi e le mani, se le passa sul collo, spingendo i capelli su un lato. Si siede sul bagnasciuga e le onde sempre più stanche fanno fatica a lambirle l’orlo della gonna. Gli fa cenno di raggiungerla. Lui lo fa.
Lui – «Perché diceva di voler andare via?».
Lei – «Litigavano sempre. Lei voleva tornare in città, nella sua città. Voleva tornare a dipingere e a insegnare. Lì dove abitiamo non aveva trovato posto. Aveva lasciato tutto per sposarsi. Era incinta. Di me. Invece lui non voleva. Lavorava in ospedale. Forse non poteva trasferirsi, non so. Lei a volte piangeva e a volte urlava per un nonnulla».
Lui – «E tuo padre? Voglio dire quando è tornato e ha visto che tua madre era andata via?».
Lei – «Si è seduto, si è messo le mani nei capelli e si è messo a piangere. Poi mi ha guardato e mi ha detto: “Piccola, da oggi tocca a noi. Ce la caveremo, vedrai”. E mi ha abbracciata. A me non è venuto da piangere. Forse ero troppo piccola per capire, ma in quel momento mi importava solo che nessuno mi avrebbe più strillato per non sporcarmi, o per aiutare con le pulizie in casa».
Lui – «E non avete avuto più notizie?».
Lei – «Se le ha avute mio padre, non mi ha mai detto niente. Ma…».
Lui – «Ma?».
Lei – «Vive qui».
Lui – «E come l’hai trovata?».
Lei – «Una mia amica, è venuta qui in vacanza e l’ha incontrata. È ancora bellissima, mi ha detto. Per quel poco tempo che l’ho avuta come madre, tutte le mie amiche la adoravano, anche se lei di materno non aveva nulla. Solo l’eccezionale bellezza. Forse per questo mio padre la perdonava sempre e l’ha perdonata anche quando ci ha lasciati».
Il sole è calato quasi del tutto. La luna è grossa e imponente sull’orizzonte del mare.
La ragazza lo prende per mano.
Lei – «Ora devo andare».
Lui – «Ci vediamo domani?».
Lei – «Non lo so, ma non credo. Ma sono stata bene con te. Da domani, non so».
La ragazza raccoglie le scarpette di tela, la borsa di paglia, da cui qualcosa sfugge. Lui non ne è sicuro, ma avrebbe giurato trattarsi della canna di una pistola. Lei era stata rapida a raccoglierla. Un brivido gli aveva segnalato che qualcosa non andava nel verso in cui doveva andare. Ma come poteva raggiungerla e dirle fammi vedere cosa hai nella borsa e nella testa? E poi, forse, si dice, era solo per difesa personale. Una ragazza così bella, così eterea. Il ragazzo raccoglie le sue scarpe, si infila la sua maglietta nera e se ne va.
Atto III
La madre – «Quattro».
Il padre – «Quattro cosa?».
La madre – «Quattro volte. L’hai già detto quattro volte».
Il padre – «Cosa? Ora conti le cose che dico?».
La madre – «Sì, se mi feriscono».
Il padre – «E cosa avrei detto per ferirti?».
La madre – «Che nella mia città non ci vuoi tornare».
Il padre – «Ma perché devi distorcere quel che dico? Non ho detto: “Nella tua città non ci voglio tornare”. Ho detto: “Nella tua città non troverei posto, non ci sono posti liberi in ospedale”. Questo ho detto, e non vedo come una constatazione, una semplice constatazione possa averti ferita, come dici tu. E poi non l’ho detto quattro volte!».
Aveva alzato il tono di voce all’ultima esclamazione, e se ne dispiaceva.
Prese il pacchetto delle sigarette che teneva sul tavolino accanto al divano e se ne accese una.
La madre – «Ma potrei lavorare anch’io, se ci trasferissimo. Potrei tornare a insegnare nella scuola privata. Mi sono informata e sono in cerca di una insegnante di disegno».
Il padre – «E io che farei? Se in ospedale non hanno un posto disponibile da pediatra, dimmi io che ci posso fare? So quanto ci tieni a tornare al tuo lavoro, e mi dispiace che le cose siano andate come sono andate. Però…».
La madre – «Però?».
Il padre – «Ma dai, guardala!».
La ragazzina è seduta alla scrivania alle loro spalle. Sembra assorta a contemplare il disegno che ha appena concluso. In realtà non ha perso una parola detta dai suoi. Parole che la inquietano. A lei pareva che il loro piccolo mondo fosse perfetto. Certo non le piaceva il continuo conflitto tra l’ossessione maniacale di sua madre per la pulizia e la sua propensione al disordine. Spesso litigavano per quello. Ma la ragazzina si scrollava di dosso quelle litigate e non ne parlava nemmeno a suo padre. Lui così mite, così tranquillo. Perché dargli quel dispiacere? Aveva capito che sua madre non l’amava, che aver dovuto rinunciare al suo lavoro per via di quella gravidanza così difficile che l’aveva costretta a letto per sette lunghi mesi, era stato troppo per lei, e che quel troppo aveva il nome di sua figlia.
Sua madre ha ricominciato con le recriminazioni. Ora sta urlando: «Me ne vado sai, un giorno di questi me ne vado».
Suo padre le fa una carezza: «Andiamo su, è tardi, andiamo a dormire».
La bambina lo segue, docile, la mano nella mano del padre. Quando il padre è in casa lei si sente rassicurata. Non deve temere gli scatti di ira della madre che urla se la trova a disegnare senza aver prima rifatto il suo letto, per quella sua mania ossessiva per la pulizia. Eppure era sicura di aver sentito che gli artisti sono persone disordinate, caotiche. Cosa era andato storto nella vita di sua madre, che l’aveva ridotta a questa forma di schizofrenica compulsione per l’ordine?
Atto II
Il pomeriggio hanno preso l’abitudine di fare lunghe passeggiate. I segni dell’aggressione sono scomparsi, ma il segno della violenza è lì, nella sua pancia e non le dà respiro il pensiero. È troppo giovane per mettere al mondo un figlio, ma il padre non ha sentito ragioni. È contrario alla sua religione, non si fa.
Il ragazzo non l’ha più lasciata da quel giorno sotto l’albero. È così tenera e giovane e sperduta.
Lui – «Ci sposiamo?».
Lei – «Cosa?».
Lui – «Ci sposiamo, un bambino deve avere una famiglia. Credimi, crescere senza un padre è bruttissimo».
La ragazza tenta di mettere ordine nei suoi pensieri confusi. Tutto le è caduto addosso come un acquazzone improvviso. Vorrebbe solo fuggire. Sente che sta odiando tutti: il mostro che l’ha aggredita, il padre con i suoi divieti, il ragazzo che l’ha salvata e vuole sposarla. Ma cosa vogliono, tutti? Lei vorrebbe solo dipingere i suoi quadri astratti, perdersi nelle sue fantasie. Invece le stanno presentando un futuro che mai avrebbe cercato. Alla fine ha accettato l’idea del matrimonio.
Al sesto mese di gravidanza è stata costretta a mettersi a letto. Immobile, con dolori lancinanti pensa ai giorni passati, quando si è data a ogni tipo di lavori pesanti, nella speranza di stramazzare a terra e perderlo, quel figlio che non vuole. Ma lui è medico, e l’ha salvata. Di nuovo. Lo odia, ma non ha la forza nemmeno di dirglielo. Ancor di più odia quell’essere che le sta crescendo dentro, come un ospite indesiderato, come un alieno arrivato dal mondo del male.
Manca poco: ancora un poco, pensa, poi te la farò vedere com’è, la vita con me, piccolo verme succhiasangue.
Atto I
Il ragazzo – «Chi sei?».
La ragazza – «Non sono fatti tuoi».
Il ragazzo – «Lo sono eccome. Allora, chi sei?».
La ragazza – «Non te lo dirò mai».
Il ragazzo – «Avanti, devi fare uno sforzo, non è difficile».
La ragazza è seduta sotto l’albero di noce al limitare della stradina. Ha il viso gonfio. È stata picchiata.
Fa molto caldo, le labbra screpolate, sono il segno che ha patito la sete durante tutta la giornata.
Dal vestitino leggero strappato lungo la linea dei bottoni, che la ragazza cerca di richiudere, sono ben visibili ematomi ed ecchimosi.
“Ha lottato” pensa lui. Fa per avvicinarsi, vuole aiutarla ad alzarsi, anche se non è sicuro che trasportarla in bicicletta sia una buona idea, ma lei scarta di lato come una lucertola a cui hanno tagliato la coda.
Il ragazzo – «Senti, se mi dici chi sei, vado almeno a chiamare i tuoi: serve un’auto per portarti in ospedale. Non credo sia il caso di farti sedere sul sellino della bici».
La ragazza sputa un grumo di sangue.
Il ragazzo – «Ti ha colpita all’addome? Sputi sangue, potresti avere un’emorragia interna, devi essere portata in ospedale immediatamente».
La ragazza fa una smorfia di dolore, e si stringe le braccia intorno allo stomaco.
La ragazza – «Non lo conosco. Stavo raggiungendo il paese».
Il ragazzo – «Me la racconti dopo la storia, ora devi dirmi dov’è la tua casa, non abbiamo molto tempo».
Dalla curva, poco oltre, sbuca improvviso un furgone. Il ragazzo si mette al centro della carreggiata e fa segno al furgone di fermarsi.
Alla guida c’è un uomo: faccia butterata e scarpe infangate. Il ragazzo pensa che forse non è stata una buona idea, fermarlo. Ma che altro poteva fare?
La ragazza si è alzata, appoggiandosi al tronco dell’albero, non senza lamentarsi. Un lamento sommesso. Rassegnato.
L’uomo del furgone li guarda entrambi. Poi si accascia a terra e piange.
Il ragazzo è basito, non capisce.
L’uomo del furgone: «Lo sapevo, lo sapevo» si lamenta.
Il ragazzo – «Mi scusi, dobbiamo portarla subito in ospedale. Non c’è tempo da perdere».
L’uomo del furgone cambia atteggiamento. Ora sta guardando il ragazzo con occhi feroci. «Che le hai fatto, bastardo!» urla e si avventa come un toro sul ragazzo. Lui lo scansa agevolmente, e l’uomo cade, e riprende a piangere.
L’uomo del furgone – «È mia figlia, bastardo, bastardo, animale».
Il ragazzo ora capisce.
«No guardi ha capito male: io stavo passando in bici e l’ho vista accasciata sotto l’albero, mi sono fermato per aiutarla».
L’uomo del furgone si avvicina alla ragazza. Allunga una mano, vorrebbe accarezzarla, ma la ragazza si ritrae.
«Chi è stato?» le chiede
La ragazza ha un filo di voce, sembra allo stremo, potrebbe svenire da un momento all’altro.
«Non lo so» risponde
«Non è stato lui?».
«No, lui dice la verità» e si gira: un conato di vomito la fa
sussultare.
Il ragazzo – «Signore, dobbiamo andare, sta molto male».
L’uomo del furgone lo guarda come se lo vedesse per la prima volta.
«Stai lontano da mia figlia» urla. Poi la solleva piano, fa cenno al ragazzo di aprire il portello posteriore del furgone, ve la adagia. Si siede al posto di guida, poi ci ripensa: la ragazza ha bisogno di sostegno.
«Ehi tu, sali, devi reggerla, altrimenti si farà male».

