Il pasticciaccio della casa tedesca, scoperta a falsificare i dati di emissione della auto esportate negli Usa è un fatto gravissimo prima d tutto, ma è anche il segno inequivocabile che lo stereotipo della correttezza e rigidità teutonica, lascia un po’ il tempo che trova.
Al centro di tutto c’è un software, un diabolico affarino studiato per eludere i controlli anti emissione. Un dispositivo che in pratica, in sede di controllo, era in grado di fregare i rilevatori e fornire dati inferiori riguardo le emissioni di ossido di azoto da parte del leggendario motore TDI della casa tedesca (scopertesi 40 volte superiori). A scoprirlo è stata l’EPA, l’Agenzia per la protezione ambientale americana che ha trovato irregolarità sui modelli tedeschi destinati al mercato Usa (ma ora la Francia chiede anche una verifica UE). Una figura di cacca colossale che va a minare in maniera indelebile il nome di una delle aziende più ammirate al mondo e che getta un’ombra pesante sulla tanto decantata (e a questo punto presunta) integrità morale teutonica. Ovviamente la notizia ha scatenato un drammatico ribasso delle azioni in borsa (-22%) e la “promessa” di una multa esemplare, 18 miliardi di dollari (il massimo che può comminare l’Epa). Ma ho il sospetto che la perdita economica non sarà il contraccolpo peggiore cui dovrà fare fronte il gruppo Volkswagen. Il danno più grande è quello d’immagine che porterà un cambiamento profondo sulla percezione che hanno dello storico brand tedesco i suoi più affezionati clienti. Perché qui si va oltre la bontà o meno di un prodotto (le auto sono nate per diventare vecchie e farci smadonnare dal meccanico, italiane o tedesche che siano), qui si va a toccare quel sottile rapporto che lega il consumatore al brand.
E come in tutti i rapporti, se a un certo punto viene a mancare la fiducia, la strada si fa tutta in salita.

