Il Consiglio d’Europa, accogliendo un ricorso della CGIL, accusa l’Italia di violare il diritto alla salute delle donne. Nei nostri ospedali è troppo difficile accedere all’aborto anche a causa della discriminazione che colpisce chi non sceglie l’obiezione di coscienza.
Abortire in Italia è difficile. A Dichiararlo è stato il Consiglio d’Europa che, ritenendo ammissibile un ricorso della CGIL, sostiene che i medici e il personale ospedaliero che non hanno optato per l’obiezione di coscienza in materia di aborto, vengono discriminati attraverso “diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti”. Tale pratica, di fatto, molto difficile per una donna che voglia interrompere una gravidanza, riuscire a trovare una struttura in grado di aiutarla a esercitare un suo diritto. I numeri, del resto, sono molto chiari, l’interruzione volontaria di gravidanza è consentita dalla 194, ma non sempre garantita: gli obiettori di coscienza sono in media circa il 70% del totale, con picchi che superano il 90% in alcune regioni. Dal 2006 al 2013 i medici ginecologi obiettori italiani sono aumentati, dal 69,2% al 70% del totale.
Soddisfatta Susanna Camusso, segretaria CGIL: “Si tratta di una sentenza importante perché ribadisce l’obbligo della corretta applicazione della legge che non può restare soltanto sulla carta. Il sistema sanitario nazionale deve poter garantire un servizio medico uniforme su tutto il territorio nazionale, evitando che la legittima richiesta della donna rischi di essere inascoltata. È una vittoria per le donne e per i medici, ma anche per l’Italia”.

