Venus Williams vs Anastasia Pavlyuchenkova 6-4 / 7-6 (7-3)
Cosa dire, la parabola di Venus sarà pure discendente ma è lunga, fino ad una semifinale di slam. Essere arrivata sin qua è già tanta roba, anche se esistenzialmente è giusto e perfino dovuto. Dovesse andare avanti sarebbe favola pura, si fermasse pazienza, perché sarebbe favola ugualmente, il lieto fine, anche se non cinematografico, sarebbe servito su prezioso vassoio.
Venus Williams 8
Quel che deve fare è chiaro: chiudere i punti il più velocemente possibile ed evitare di prestare il fianco alle bordate dell’avversaria. Anche perché, per quanto impegno ci metta e non su ogni punto mette lo stesso impegno, già la seconda rincorsa diventa problematica. Si trova sotto per due volte di un break in entrambi i set, ma in risposta sa come fare la bulla e quindi non diventa un problema. Tira traccianti e fendenti che è una bellezza, senza sbraitare come la sorella impone tutta se stessa (potenza, personalità, voglia, calma, giustizia divina) e, pur complicandosi un po’ la vita, pare sempre avere il match nelle sue mani regali. Ha saltato l’ostacolo a modo suo, elegantemente scoordinata.
Anastasia Pavlyuchenkova 5,5
L’avversaria fa fatica a muoversi per le cause ben conosciute, ma pure lei, per fattori altrettanto noti, non è un fulmine di guerra. Se la gioca come sa, a braccio di ferro, e perde. Ma più di questo, quella davanti non scherza un cazzo in fatto di potenza, sono i due break per set immediatamente restituiti, il non saper trasformare il proprio servizio in fattore determinante pur andando avanti. Mettiamoci pure che deve essere tremante nel contesto sapendo di avere un’occasione importante. Non le si può neppure rimproverare di non essersela giocata in altro modo, nelle poche occasioni ci ha dimostrato di avere un tocco nemmeno buono per il lettone di Putin, in cui l’età dei riceventi merita mano più gentile.
