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L’eutanasia di Frank Van Den Bleeken non corrisponde alla pena di morte

In Belgio Frank Van Den Bleeken, detenuto con problemi psichiatrici, ha ottenuto l’eutanasia. Tracciare una corrispondenza tra l’eutanasia chiesta da un detenuto con appurati problemi psichiatrici e la pena di morte è semplicistico e non permette di inquadrare il tema nella sua complessità.

di Paolo Morelli e Cecilia Russo, thelastreporter.com, 4 gennaio 2015

Frank Van Den Bleeken chiede di morire da 4 anni e sarà accontentato domenica prossima, 11 gennaio, nel carcere di Bruges, in Belgio. L’uomo è in prigione da quasi 30 anni, nel carcere di Turnhout, condannato all’ergastolo per ripetuta violenza sessuale e per un omicidio, e da anni denuncia le pessime condizioni di vita all’interno del carcere. Ha chiesto ripetutamente di accedere all’eutanasia (in Belgio è legale dal 2002) e dopo diverso tempo e pareri medici favorevoli, ha ottenuto l’ok dal Ministero della Giustizia belga: riceverà l’iniezione letale la prossima settimana. È la prima volta che un detenuto ottiene l’eutanasia.

Come stanno le cose.
La storia è molto complessa e sta accendendo un dibattito molto caotico, nel quale è necessario fare chiarezza. Il quotidiano cattolico Avvenire ha parlato di «pena di morte legalizzata» ma, se a prima vista può apparire esattamente così, la realtà è molto distante da questa interpretazione. Per ottenere l’eutanasia in Belgio si devono rispettare tre requisiti fondamentali: la richiesta dev’essere volontaria, ragionata e ripetuta. Inoltre sono necessari dei pareri medici che attestino uno stato di sofferenza – anche psicologica – che non è possibile alleviare in nessun modo.

«Sono un pericolo per la società – ha dichiarato più volte Van Den Bleeken ai media belgi – e sento che non potrò mai essere riabilitato. Nonostante quello che ho fatto, resto comunque un essere umano, quindi ho diritto all’eutanasia». Anni fa, Van Den Bleeken ha rifiutato la scarcerazione e ha chiesto invece di essere trasferito in una struttura olandese, attrezzata per la cura dei detenuti con problemi psichiatrici. Trasferimento rifiutato, da quel momento ha iniziato a chiedere l’eutanasia.

Le condizioni di vita dei detenuti psichiatrici.
La questione importante, invece, riguarda le condizioni dei detenuti con problemi psichiatrici in Belgio, che sono pessime. Il Paese è già stato più volte al centro delle critiche per le loro condizioni di vita. Esattamente un anno fa, la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha condannato il Belgio per aver violato l’articolo 5 della Convenzione Europea, in merito al trattamento di otto malati psichiatrici detenuti in prigione. Ad aprile 2014, una legge nazionale ha equiparato i detenuti psichiatrici allo status di pazienti, dando loro diritto alle cure per i “liberi” malati psichiatrici. Ma questa legge non trova ancora adeguata applicazione.

I detenuti con problemi psichiatrici però sono pazienti, quindi rientra nei loro diritti chiedere l’eutanasia. È per questo che altri 15 detenuti, dopo l’accoglimento della domanda di Van Den Bleeken, hanno chiesto l’eutanasia. Una sorta di “pena di morte al contrario” dove, in questo caso, è il detenuto che chiede di morire, non è lo Stato a deciderlo – come insinua erroneamente Avvenire – anzi, ottenerla non è nemmeno così semplice come sostiene il quotidiano cattolico, chiamandola addirittura «morte a richiesta». La condizione di sofferenza dev’essere confermata dai medici, per la quale devono constatare che non esiste cura; a meno di non sostenere che impedire ai detenuti psichiatrici l’accesso all’eutanasia sia una pena accessoria. Piuttosto, il problema vero riguarda la condizione dei detenuti con problemi psichici in Belgio: se arrivano a chiedere l’eutanasia significa che esiste un problema a monte.

Pessime condizioni carcerarie.
«Questo avvenimento è scioccante e non dovrebbe accadere – ha commentato Juliette Moreau, presidente dell’Osservatorio Internazionale delle Prigioni – ma non ci sorprende, in quanto denunciamo da anni la mancanza di cure per i detenuti, in particolare per le malattie psichiatriche. Vengono parcheggiati in carcere per anni, in attesa di essere trasferiti in strutture adeguate, ma a volte non succede mai perché non ci sono ospedali che accettino di accogliere questo genere di detenuti».

Se rispettano i ristretti requisiti di legge, anche per i detenuti con malattie psichiatriche è possibile accedere all’eutanasia. Ma il problema principale riguarda le loro condizioni di vita e la mancanza di strutture adeguate a curarli, sempre all’interno della loro pena detentiva.

Il dibattito sull’eutanasia.
Il caso ha riacceso il dibattito in Europa sull’eutanasia. Il giornale francese Le Parisien riporta – di corredo all’articolo su Van Den Bleeken – un’interessante mappa che raffigura quasi tutti i paesi europei mostrando la loro politica nei confronti del fine vita. L’Italia, insieme a Irlanda, Grecia, Croazia, Bosnia, Bulgaria, Romania e Polonia, è tra i pochi paesi che non hanno nemmeno aperto una discussione legislativa sul tema, almeno per ora.

Due discorsi distinti.
È necessario discutere del tema del fine vita, argomento che in Italia è ancora tabù (più tra le istituzioni che tra i cittadini) e che spesso subisce distorsioni. Dall’altro, invece, bisogna parlare della cura dei detenuti con malattie psichiatriche: tema che in Italia invece è decisamente meglio affrontato. Bollare l’eutanasia di un detenuto con problemi psichiatrici come “reintroduzione” della pena di morte è davvero troppo semplicistico, quindi distante dalla realtà.

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