L’eutanasia è una richiesta che non riguarda i nostri anni, ma è da tempo che le persone la agognano. Negli ospedali se ne sussurra, si fa ma non si dice, perché al di là di qualsiasi teorizzazione la vita è una cosa pratica, le vicende ci raggiungono ed è necessario affrontarle oltre le imposizioni degli altri.
di Matteo Durante, panorama.it
La camera è traversata solo da schizzi di luce. Nel silenzio intero l’unico rumore è quello della sveglia. Quell’orologio insegue le ultime ore di Andrea, che a 27 anni ha chiesto all’ospedale di tornarsene a casa a morire. Di aids.
Andrea che da due giorni non ha più voluto essere nutrito, aspirato, passato da tubi e da aghi che allungavano la sua vita. E la sua tortura. Che stringe la mano a sua madre, una donna piccola piccola che ha saputo rispettare la vita e la morte di suo figlio. Tutta la famiglia è intorno: la sorella, il cognato, il suo amico Walter. Lui respira piano, come se il suo corpo soffiasse via un peso insopportabile. La sorella Paola gli parla: «Andrea, siamo qui con te… Ti vogliamo bene, ci senti?». Lui alza la mano per un attimo e quando quel gabbiano di ossa rimane sospeso nell’aria anche il cuore di tutti finisce di battere per un attimo. Poi la mano ricade sul letto e il ragazzo entra di nuovo nella sua immobilità.
Andrea morirà dopo un giorno. Era stato per cinque settimane ricoverato nella terapia intensiva di un grande ospedale milanese. Poi aveva chiesto ai medici e alla famiglia di non insistere «pompandogli dentro una vita finta che non c’era già più». Allora i medici lo avevano rimandato a casa. E la famiglia ha voluto che un giornalista sapesse, raccontasse: «Perché il morire nella dignità possa essere un desiderio di chiunque».
Ma Andrea è stato forse un solista della morte libera? Quanti, quali uomini come lui avrebbero cercato la sua stessa fine? La storia di Guido D., il ragazzo che giorni fa ha iniettato quattro dosi di insulina a Stefano Del Carlo, l’amico condannato, ha reso più calde queste domande. È stato un gesto d’amore o un omicidio?
E così, si riapre il dibattito sull’eutanasia. Indro Montanelli difende il suicidio assistito con il coraggio che lo distingue da sempre. Anche Rita Levi Montalcini confessa che «in una grande sofferenza vorrebbe essere aiutata». Perfino il presidente del Comitato nazionale di bioetica, Giovanni Berlinguer, da sempre contrario, ammette che «ogni individuo ha diritto di poter decidere di se stesso chiedendo che gli sia risparmiato l’accanimento terapeutico». Fra la gente, poi, la realtà è molto più avanzata della discussione tra gli intellettuali. A dispetto di chi lo vede come un pericolo, o peggio ancora come un crimine, il diritto di morire liberi è sempre più invocato. Dalle famiglie e dagli ammalati senza speranza ma anche dai medici, che ormai praticano l’eutanasia ma tacciono pressati dalla durissima opposizione del loro ordine.
Nel reparto di terapia intensiva del più grande ospedale milanese questa realtà si respira e si tocca. È commosso il dottore che esce dalla camera 12, dove una giovane moglie stringe piangendo un povero scheletro che urla. «Non ti abitui a vedere un ragazzo di trent’anni che muore mangiato dal dolore. La verità è che ogni medico tocca il limite dove l’accanimento supera la cura. Dove la morte supera la vita. Da lì in poi è giusto staccare la spina». Il medico cammina avanti e indietro come se quel dolore mangiasse anche lui: «Molte famiglie sono sulla nostra linea. Quante madri ho visto in passato imboccare per amore figli già morti. Beh, oggi se ne vedono poche. E se ce ne sono, il medico deve intervenire». Perché non parlare apertamente, professore? «L’ordine e certi giudici non aspettano altro. Dopo di me, nel mio reparto arriverebbe il solito militante della vita».
Al Policlinico di Roma una dottoressa è altrettanto sincera. Ma è terrorizzata dalle reazioni dei suoi superiori: «Una volta i farmaci come morfina e altro venivano sottousati. Allora i parenti disperati compravano l’eroina al mercato nero per alleviare il dolore ai figli morenti. Oggi, se il paziente o la famiglia lo chiede, li concediamo a oltranza. Anche se rispetto a molti paesi il pregiudizio è forte. Per fortuna sono sempre meno i medici che considerano la sofferenza come medaglia di santità».
La vita e la morte, passando per la ragione, l’amore, Dio, l’egoismo, la dedizione per ogni uomo, il volontariato… Più che mai il dibattito sul senso della morte si pone tra le associazioni dei malati terminali.
«Perché non rispettare anche nella morte il valore di dignità che un malato ha avuto nella vita?». Il professor Giorgio di Mola, vicedirettore scientifico della Fondazione Floriani, è un moderato: «Non ci proponiamo di vivere in una società suicida. Dunque prima della morte dolce noi puntiamo sulle cure palliative che accompagnino i malati senza dolore». In occasione di una recente ricerca della fondazione, su 520 medici intervistati tra Ferrara e Modena solo 320 hanno risposto. Tra questi, solo il 15 per cento è favorevole all’eutanasia. In ogni caso, la maggioranza dice che il controllo del dolore eliminerebbe il problema.
Un passo importante. Ma non basta. Se le parole dei medici italiani covano ancora incertezza e paura, uno non si nasconde. Si chiama Sergio Viale: «Montanelli cerca un dottore che al momento buono lo aiuti a morire? Eccolo. Basta con le voci anonime, la paura dei medici italiani va scoperta e guarita. Parlano di sostegno vitale ma non sanno cosa dicono. Sono contrari all’eutanasia a parole? E allora perché molti la praticano nei fatti? L’Italia è il Paese delle maschere. Ho visto abortire cento donne contrarie all’aborto. Di più: con la croce al collo».
Viale, chirurgo e militante nell’associazione pro eutanasia Exit, è riuscito a vincere la sua battaglia e a proporre un disegno di legge. Che chiede di abbandonare la differenza tra eutanasia passiva e attiva, ma soprattutto vuole la depenalizzazione dell’assistenza al suicidio. Come succede oggi in Svizzera. Come sta per succedere in Francia e come da molto tempo avviene in Olanda. Viale è incandescente: «La tortura e la solitudine non possono più essere imposti a nessun uomo».
Ma non c’è il rischio che una legge sull’eutanasia porti a una società altamente suicida? «Favole. Montanelli dice “quando ci sarà bisogno”, non dice “domani”. In Italia si tollera il suicidio e si mette in galera chi aiuta un malato disperato. Rigurgiti cattolici che hanno costretto un medico come Giorgio Conciani a impiccarsi in un garage». Conciani aveva lottato una vita per l’eutanasia. Ma quando si ammalò senza speranze la sua famiglia lo controllava e gli impedì di finire come voleva.
La verità è che oltre un certo limite è sempre la famiglia a decidere. E la volontà del morente evapora dentro l’amore cieco dei propri cari. Negli ultimi tempi qualcosa sta cambiando anche qui. Antonella Huker aveva un fratello. Max era inchiodato a un letto d’ospedale da tempo, l’aids gli aveva cariato il corpo e la mente, i farmaci antiretrovirali gli sconvolgevano lo stomaco. Allora Antonella e sua madre hanno deciso di impedire ai medici di curare Max. Di lasciarlo morire con loro. I medici hanno accettato. «Era arrivato un momento in cui non sapevamo se Max era lì con noi o se era già volato via» racconta Antonella. «Arriva il giorno in cui tuo fratello, tuo figlio, sono già morti e tu con loro. Cercare di allungare la loro vita è come allungarne la morte. È come mettersi nei panni di Dio». Chi crede in Dio dice che solo lui è padrone della vita e della morte. «Ah, sì? Mia madre è cattolica, ma ha rispettato prima la nostra vita e poi la morte di suo figlio. L’amore è uno solo».
Questa civiltà dell’amore è anche il senso e il succo del bel libro di Paolo Barnard Aiutami a morire. Barnard, giornalista della Rete tre, racconta come, finito nella corsia di una terapia intensiva, si è ritrovato ad aiutare a morire un suo amico d’infanzia malato di aids. Barnard confessa come il morire, di cui gli uomini sanno veramente poco, ha una sua grande straordinarietà. «Ai morenti va dato tutto quanto è umanamente possibile, perché loro siamo noi e noi loro». Barnard non ha fatto come il ragazzo delle iniezioni di insulina. Ha sorvegliato fino alla fine che la morte del suo amico avvenisse come lui desiderava. Si metteva tra lui e le flebo indesiderate, fra lui e le infermiere cocciute. Fra lui e il male. Senza lasciarsi superare. Ma quando il suo amico è morto, Barnard non è riuscito a lasciare quell’ospedale. E torna e ritorna. E trova altri amici che hanno bisogno di morire con lui: «L’ho fatto per difendere la dignità della loro fine ma anche per spiare la morte. L’italiano di solito la fugge e la esorcizza. Poi quella arriva e il mondo ci crolla addosso, travolgendo i nostri cari. Questo libro esiste per far sì che in Italia chi muore non sia più un perdente, ma il protagonista del rispetto di tutti. Per diventare un Paese dove i dottori non permettano ai loro pazienti di morire urlando. E, se non si può evitare, dove si possa scegliere l’eutanasia per legge».
Barnard racconta che una delle vie da seguire (suggerita anche da Stefano Rodotà, garante per la privacy ed esperto di bioetica) è il testamento biologico. Una carta dove si decida nei dettagli come si vuole morire in caso di malattia irrecuperabile, di incidenti, di coma. Il rifiuto di qualunque forma di rianimazione dipendente da macchine e da medicinali «accaniti». Il tutto firmato dal notaio e dal medico di fiducia. Lui lo ha fatto? «Sì, ma per convalidarlo ho dovuto spedirmelo per raccomandata con ricevuta di ritorno. Nessun notaio era disposto a firmarlo».

