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Milano city Marathon 2021 #9 – Lettera a quella bambina

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Io dico no al dissing

Non proseguirò il dissing editoriale interno con il mio socio (vedi puntata precedente), perché, a differenza sua, non ho bisogno di confermare a me stesso, attraverso un diario scritto da me stesso, le mie ragioni scolpite nell’assoluto. Inoltre, a differenza sua, io amo quelle debolezze che lo rendono insicuro del risultato finale, non cerco scuse preventive per un eventuale fallimento, io corro verso il fallimento al passo che riesco a tenere. Infine, a differenza sua, non fraintendo i fatti per accomodarli ad un’accettabile sensazione di realtà che mi permetta di non fare i conti con me stesso, io rifiuto la realtà completamente e non provo ad aggiustarla tramite toppe esistenziali, io la schifo senza tentare di accettarla.

Io ho detto no al dissing, ma voi aiutate un coach in palese difficoltà emotiva, dategli ragione e fornitegli sicurezze, ne ha tanto bisogno. Adotta anche tu un coach in stato di fragilità permanente.

E dico no all’ingenuità

Passando a quanto succede su strada, l’altro giorno, mattino presto, correndo ho incrociato un padre con una bambina. Mentre le passavo trafelato di fianco, la bambina mi ha salutato con la mano ed io, con la tenerezza di un lupo mannaro che incrocia un vampiro, ho contraccambiato il saluto con un cenno della mano, abbozzando un sorriso sbilenco nascosto dalla mascherina. Per la cronaca indosso la mascherina quando incrocio persone per strada, pure se questo, complice il fiato già corto, comporta la sgradevole sensazione del soffocamento. Per inciso, la conseguenza è che, ogni volta che intravvedo persone che mi vengono incontro, le maledico tra me e me, sostanzialmente ho abbassato la soglia d’odio verso la gente, cosa che credevo francamente impossibile.

Comunque, in quel saluto affaticato alla bambina c’era qualcosa che lei di certo non ha letto.

Lettera a quella bambina

Cara bambina,
mi fa piacere che ti stia gustando il momento in cui tuo padre ti accompagna a scuola, sappi che a breve non troverai nessuna piacevolezza nell’alzarti al mattino per andare al lavoro, sempre che tu riesca a trovarlo, e svolgere le tue mansioni meccaniche per strappare uno stipendio ridicolo e perennemente in bilico. E pure se avrai una vita lavorativa soddisfacente, sia per mansioni che per stipendio, non crederai mica di riuscire a non vedere l’inutilità di tutto ciò, la fregatura che ti hanno propinato facendoti nascere.

E allora non saluterai più uno sconosciuto che scorrazza al mattino prima di andare a lavorare. Perché saprai, avendolo riconosciuto sulla tua pelle, che si tratta di un uomo che va attempandosi e cerca di contrastare la decadenza con un’attività idiota, come quella di correre senza meta, sperando di concedersi qualche anno ancora di una giovinezza che ormai non è già più tale.

Allora saprai. Saprai che quell’uomo è da compatire, come tutti gli altri, ma lui di più, perché si arrabatta in una speranza destinata inevitabilmente al fallimento, anzi già fallita nel momento in cui nasce. Dunque lo guarderai senza tenerezza, senza giocosità, invece con la pena che si riserva ai condannati, come un compagno di cella che non ha capito che non può evadere, che il tempo è un carceriere che non concede deroghe, che tutti gli attimi che crediamo di sottrargli sotto il naso sono illusori e pateticamente falsi. L’unico modo sensato di affrontare questa prigionia sarebbe la rassegnazione, ma lui corre per andare a sbattere più forte.

Infine, se cresciuta incrocerai un uomo che corre al mattino (ma pure pomeriggio o sera), non alzerai la mano in quel saluto ingenuo e aperto al mondo, ma farai l’unica cosa sensata: lo sgambetterai. E una volta a terra gli dirai con disprezzo e derisione: coglione che non sei altro, se ti rialzi non hai capito ancora un cazzo.

Grazie da parte del futuro beneficiario del tuo umanissimo gesto.

Photo by Leo Rivas on Unsplash

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