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Diario di una Maratona #15 – Il crollo è verticale, il declino è per i pavidi

Il crollo è verticale

Non so se quello che dirò oggi vale per tutti o solo per me. O meglio, so che vale per altri due con cui ho parlato, ma non credo che in tre possiamo fare statistica, soprattutto considerando la qualità di queste tre variabili su cui si baserebbe la fantomatica statistica. Allora perché ci scrivi questa cosa che vale solo per te? Protesteranno i più rompicoglioni. Perché questo è un diario e quindi vi racconto quel cazzo che mi pare, se vi sta bene non me ne frega una cippa, figuratevi quanto me ne frega se non vi sta bene. Siete davvero fastidiosi con le vostre puntualizzazioni che valgono quanto voi: mai abbastanza.

Lasciandovi perdere, quello che vorrei raccontarvi è come il crollo nella corsa sia verticale. Da quando ho iniziato ad effettuare allenamenti un po’ più lunghi, intendo dai venti chilometri in su, mi sono reso conto che non sopravviene un lento declino fisico che ti accompagna verso l’esaurimento delle energie, bensì le forze mi abbandonano d’improvviso, si tratta di uno schianto senza scampo.

Non che la stanchezza non si faccia sentire lungo il tragitto, ma il crollo non ti fornisce preavviso congruo, dietro una stanchezza in crescita non sta una curva coerente di riserva del carburante, si parla di uno stronzo che ti attacca alle spalle. L’altra caratteristica, come già detto, è l’ineluttabilità: non posso più proseguire, punto e basta. Non esiste margine per un ultimo sforzo, non esiste finisco questo giro e poi smetto, esiste solo la parola fine, stampata come sevizia sul fisico, impressa nella più profonda fonte delle bestemmie. Ho provato a proseguire, ma quando non ne hai più non ne hai più, punto.

Il declino è per i pavidi

Questa variabile impazzita rende questa impresa ancora più dura. Troppo facile capire con anticipo quanta energia ti rimane e potersi così regolare in base alla scorta. Eh no, qui parliamo della schizofrenia nella sua purezza, distillata dai fattori accomodanti. D’altronde il declino è per i pavidi, per chi affronta solo imprese calcolate che, di conseguenza, imprese non possono essere definite se non dal diretto interessato e dai quei quattro amici leccaculo che si ritrova.

L’ineluttabilità della variabile invece dona quel sentore di morte che rende tutto più pepato. Il fatto che una volta giunto il crollo non ci si possa fare nulla sa quasi di insegnamento, di castigo di una divinità capricciosa e sadica, come sono tutte le divinità d’altronde e come sarei io se fossi una divinità. La fine arriva improvvisa e non esistono eroi che le possano sfuggire, perché gli eroi delle imprese impossibili non sono eroi ma ciarlatani, un’impresa portata a termine è già di per sé possibile, pur se difficilissima, o lo diventa. L’impossibile esiste ma non è raggiungibile, nel momento in cui viene raggiunto non è più impossibile.

E dunque questo crollo improvviso che rischia di giungere da un momento all’altro sta lì ad insegnarmi che devo abbassare la cresta, che la sfida con me stesso mi porterà solo fin dove io stesso sarò in grado di arrivare, oltre non ci sono più io ma la mia proiezione ottimistica di me, il meglio di me che mai sarà e che quindi non mi appartiene e che è solo un sogno sognato in preda ad un eccesso di ottimismo o l’incubo del mio sventurato amor proprio.

Photo by Micah Williams on Unsplash

Su Agafan

Agafan
Aga la maga; racchetta come bacchetta magica a magheggiare armonie irriverenti; manina delicata e nobile; sontuose invenzioni su letto di intelligenza tattica; volée amabilmente retrò; tessitrice ipnotica; smorzate naturali come carezze; sofferenza sui teloni; luogo della mente; ninfa incerottata; fantasia di ricami; lettera scritta a mano; ultima sigaretta della serata.

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