La tragica storia di Sara, ragazza romana bruciata viva dal fidanzato, ha riattivato tra le sentinelle dell’informazione e la “massa da social” l’indignazione per un argomento complicato, il femminicidio. Un fenomeno che, nonostante facciamo di tutto per addossarlo ad altri (neri, musulmani e altri “diversi”), statistiche alla mano rappresenta la fotografia dell’atteggiamento italiano verso le donne.
Ancora un omicidio di donna, un femminicidio come lo chiamano, l’ennesimo e, conviene saperlo, non certo l’ultimo. Ancora morti a mare e, conviene saperlo, non saranno gli ultimi. Ancora le stesse considerazioni e, conviene saperlo, continueranno imperterrite. Il caso di Sara, la ragazza bruciata viva dal suo ex fidanzato (italiano), va detto, è balzato agli onori della cronache solo per un motivo, e cioè che le modalità dell’omicidio sono state talmente efferate da titillare la voglia di sangue dei media e dei social nostrani (il fuoco, che incubo ancestrale). Perché dai, ammettiamolo, se tale Vincenzo Paduano, la sua amata Sara l’avesse accoltellata, strozzata, “sparata” o picchiata a morte, tanto casino non lo avremmo sollevato. Non per altro eh, ma perché quando si parla di femminicidio, il violento 9 volte su 10 (sui media) è un immigrato. Se è italiano, perché la cosa arrivi di fronte alla pubblica indignazione, deve esserci dell’altro: una modalità di omicidio cruda, come in questo caso, un giallo, un mistero, qualcosa che stuzzichi i nostri pruriti guardoni. L’unica violenza sulle donne che ci fa ribollire il sangue è quella che viene commessa dagli altri, i negri, i rumeni e i migranti che scendono dai loro barconi. Se a farlo siamo noi, invece, è una semplice eccezione che non merita risalto e gogna mediatica. Il risultato alla fine è uno solo: prendere le distanze, anzi, negare il problema.
Lo facciamo perché è più facile chiamarsene fuori, scaricare le responsabilità su ciò che definiamo estraneo il quale, nello stato di debolezza in cui si presenta, è un’altra preda facile (benedetti stereotipi). Siamo cacciatori impauriti che cercano di addossare a prede le loro colpe verso altre prede, dove noi siamo i predatori sempre e comunque.
La violenza sulle donne, lo ribadiamo, è soprattutto domestica, compiuta da italiani su italiane, perpetrata su rispettive figlie e ragazze, quelle che sarebbero le nostre donne. C’è da stupirsi? Un po’ sì, perché di fronte alla violenza sui più deboli rimane sano un atteggiamento di stupore. D’altro canto, però, non vedo come ci si possa realmente stupire più di tanto. Si parla di emancipazione femminile che ormai ha messo gli uomini al muro. Davvero siamo convinti che in Italia la donna abbia raggiunto la parità o addirittura sia passata al comando? Davvero gli italiani si sono tolti l’atteggiamento profondamente maschilista che relega la donna ad un ruolo da comprimaria della vita, da sottomessa? Nell’Italia in cui la fa da padrona una Chiesa in cui le donne vedono i posti di comando come una chimera? Davvero lo pensiamo?
Meno male che a toglierci da davanti gli occhi le nostre colpe arrivano loro, gli uomini neri, diversi, selvaggi (loro): scendono dai loro barconi e sono pronti ad invadere il nostro territorio. Naturalmente, essendo gente per male per definizione, vogliono prenderci tutto, comprese le nostre donne, le desiderano carnalmente e, considerandole inferiori (loro), usano la violenza per averle. Così diventa pericoloso per le nostre donne andare in giro di sera nei quartieri in cui gli immigrati la fanno da padroni, quanti stupri e violenze di immigrati sulle donne italiane sentiamo? Non so contarli, ma so che vengono percepiti più di quelli compiuti dagli italiani stessi che, statistiche alla mano, sono più numerosi. Le nostre donne sono tali solo quando ne vogliono abusare gli altri, quando siamo noi a farlo diventano nostre nella stessa misura in cui è nostro un oggetto.
Forse dovremmo capire che non sono nostre in nessun senso, appartengono a se stesse e devono rendere conto solo a se stesse e quando si usa loro violenza la si commette contro di loro e non contro di noi.
Forse dovremmo smetterla di avere quell’atteggiamento per cui la violenza di un nero nei confronti di una donna italiana è più grave rispetto a quella di un italiano. Dovremmo smetterla di nascondere le nostre colpe dietro fenomeni che la statistica definisce come isolati. Così, forse, vedremmo quanti problemi abbiamo noi italianissimi con il rispetto verso le donne, con la nostra convinzione che il maschio latino debba essere dominante a tutti i costi. Epperò viene comodo accusare gli immigrati, perché riusciamo a veicolare le nostre frustrazioni sui più deboli, accusando i deboli di commettere violenze sui deboli. Scarichiamo un problema tutto nostro come quello del rispetto per le donne (che vogliamo mantenere deboli) addossandolo ad altri deboli che arrivano in Italia indeboliti dalle loro situazioni.
Tanto per essere chiari, lo sapevate che in Italia il 62,7% degli stupri è commesso da un partner o ex partner* (dato Istat)? Tutte crocerossine che dopo essersi lasciate con qualche zingaro sono volate a Lampedusa per fidanzarsi con un immigrato? Abbiamo qualche dubbio.
Dovremmo risolvere i nostri problemi senza scaricarli sugli indifesi. Dovremmo smetterla di riversare frustrazioni di potenza disattesa sulle donne che, sia chiaro una volta per tutte, non sono nostre e non sono di nessuno; e smetterla di trovare capri espiatori diversi da noi. E parlarne, e affrontarci, e risolverci una buona volta, per capire cosa diavolo scatta nella testa di alcuni di noi. E prendere coscienza che gentaglia come Paduano non è un caso isolato, un mostro. È figlio diretto di un problema che ci tocca tutti e che non vogliamo affrontare. Pare quasi che il nostro grido (ovviamente nascosto) sia: delle nostre donne abusiamo noi. Vuoi mettere quanta più raffinatezza in una violenza all’italiana, d’altronde i nostri oggetti possiamo romperli solo noi, giusto?
* Se ve lo state chiedendo, il restante 37,3% è composto per larga parte da: colleghi, familiari, sconosciuti di etnia caucasica.

