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L’amante: lo spettro del colonialismo oltre la sensualità

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Rileggere oggi L’amante di Marguerite Duras vuol dire sbirciare in una camera oscura del nostro recente passato europeo. Un libro in cui la complessità politica non viene offuscata dalla sensualità del libro, anzi l’aspetto carnale del rapporto viene esaltato proprio dalla continua ricerca di un equilibrio impossibile sul piano relazionale dettato dai diversi status.

Marguerite Duras

Marguerite Duras

Per tutti gli ammiratori di un libro straordinario come L’amante, la figura della sua scrittrice appare ancora più misteriosa dopo la lettura delle sue altre opere, o anche soltanto dopo aver letto la sua biografia. Marguerite Duras non è stata certo una donna dalla vita sedentaria e dedita al piacere, ma possiamo ben dire che è stata una figura femminile rilevante se si parla di ribellione e identità, di lotta politica e culturale.

L’autrice, che durante l’occupazione nazista partecipò alla Resistenza francese insieme al marito scrittore Robert Antelme, deportato a Dachau ma poi sopravvissuto, ha vissuto ogni contestazione della sua epoca, ogni refolo di libertà sulla sua pelle, in prima persona. Testimonianza ne è anche il fatto che partecipò alle contestazioni del 1968 prendendone vivamente parte, pur essendo già intono ai cinquant’anni.

Come si collega questo spirito libero, rivoluzionario, con un libro come L’amante?  Qual è il nesso fra un libro prettamente erotico e una vita così ostinatamente politica? Per capirlo bisogna approfondire la letteratura di Marguerite Duras, rintracciando in alcune opere i semi di un percorso allo stesso tempo molto lineare e ondivago.

Una diga sul Pacifico

Bisogna partire dal secondo libro di Duras per iniziare a tracciare un percorso: Una diga sul Pacifico, del 1950. In questo libro, spesso accostato per stile ad Hemingway, troviamo una storia d’amore intensa, passionale, ma che gira principalmente attorno ad un bisogno di sopravvivere di fronte alle ingiustizie della vita. La giovane Suzanne per quanto intraprendente e gran faticatrice, rimane vittima sia dei raggiri sia del governo cinese che le vende terre improduttive, sia di colui che sembrerebbe poterla salvare dalla povertà: Mr Jo.

Il libro è molto semplice, essenziale, lo stile asciutto ed elegante porta lo sguardo verso la letteratura dì Hemingway. L’incontro con la scrittura del grande autore americano avviene proprio sulla descrizione dei popoli lontani dalla cultura occidentale. Avere o non avere, libro molto crudo sulla Cuba pre-castrista, rivela, oltre ad una grande attenzione per i particolari, uno sguardo aperto sul tema della colonizzazione. La gente mescolata dei racconti è disposta al furto, all’inganno, non per cattiveria ma per opportunità.

Duras ripropone uno schema simile in Una diga sul Pacifico: le situazioni di povertà  creano opportunismo, da lì in poi è solo la lotta dell’ultimo a morire contro la furbizia altrui. Troviamo un’assonanza che accomuna molta della scrittura del ‘900 che riguarda luoghi esotici per noi occidentali. Il problema del colonialismo è ancora lontano dall’essere identificato, ma si inizia a mettere in discussione alcuni luoghi comuni sulla bontà degli indigeni e dei colonialisti.

È sempre bene ricordare che parliamo del Vietnam del 1930, della Cuba degli anni ‘40, insomma di luoghi in cui il turismo di massa non è ancora neanche lontanamente ipotizzabile. Sono luoghi persi di fronte all’Oceano, luoghi in cui ci si perde e ci si perdona. Luoghi di perdizione in cui gli occidentali (americani e francesi in questo caso) non esitano a dare fondo a tutta la propria depravazione, sia in ambito sessuale che economico.

Così Marguerite Duras, che si dichiarerà sempre sentimentalmente legata al Vietnam, scopre in questa sua esperienza oltreoceano l’apertura alla comprensione di qualcosa di più profondo: lo scambio tra culture, l’impossibilità di comunicare fra culture. L’immagine di una ragazza lanciata su due mondi: quello francese solo immaginato e quello vietnamita vissuto invece nel profondo.

“Dunque, ho quindici anni e mezzo.
Un traghetto attraversa il Mekong.
L’immagine dura per tutto l’attraversamento del fiume.
Ho quindici anni e mezzo, non ci sono stagioni in questi paesi, il clima è sempre uguale, afoso,
monotono, siamo in quella fascia calda della terra che non ha primavere, non ha risvegli.”

L’amante, una camera oscura del recente passato europeo

È il punto di osservazione a colpire ne L’amante, perché la Duras entra profondamente nelle dinamiche socio-politiche senza quasi darlo a vedere. Bisogna infatti dirimere due filoni ben delineati all’interno del testo per poter comprendere a fondo la questione.

Il primo imprescindibile accadimento è la truffa subita dalla madre della protagonista da parte del demanio vietnamita. La perdita dell’intero capitale della madre, che avrebbe dovuto costituire un investimento proficuo, getta tutta la famiglia in un senso di perdizione  totale a cui l’ambiente umido e afoso del Vietnam fa da sfondo con il sapore dell’alcol e il profumo dell’oppio.

Con un figlio già perso nell’oppio, la madre della protagonista cede completamente sull’educazione dei figli, lasciando che siano trasportati alla deriva dalla sensazione di non essere nel luogo giusto. Questo è il primo slancio che la protagonista sente verso il suo nuovo incontro: un uomo ricco e a sua completa disposizione. Una facile preda per uscire da una situazione melmosa e infelice.

Ma c’è qualcosa di più che ci fa capire come ne tutti i piani siano sempre coinvolti nella narrazione. L’amante della giovane occidentale è cinese, figlio di una piccolissima dinastia di investitori che in Vietnam avevano fatto fortuna. Lo stereotipo del colonialismo è ribaltato eppure presente. Se la famiglia francese è colonialista ma decaduta, quella dell’amante cinese è colonialista ma ricca, anche se di cultura vicina ma non uguale a quella vietnamita.

E qui che la Duras compie uno straordinario salto di visione: quello che accade nelle colonie è che la supremazia si può smarrire e ci si può ritrovare in tutt’altre dinamiche.

Infatti nel libro si fa sempre più presente la questione economica, dapprima come dubbio amoroso (“Mi ameresti anche se non fossi ricco”), poi come vera e propria richiesta di saldare i debiti della ragazza e della sua famiglia.

Quello che avviene non è solo uno scambio sessuale tutto sommato semplice, è uno scambio di identità, di status: la giovane francese deve cedere al proprio orgoglio occidentale per poter sistemare la famiglia. Duras si fa sia carnefice che vittima del colonialismo, come dimostreranno gli eventi.

Tutta questa complessità politica non viene offuscata dalla sensualità del libro, anzi l’aspetto carnale del rapporto viene esaltato proprio dalla continua ricerca di un equilibrio impossibile sul piano relazionale dettato dai diversi status.

Chiunque abbia letto L’amante ne avrà ricavato in senso di solitudine e di perdizione che sono esattamente quelli che Marguerite Duras voleva comunicarci come rimando immediato del colonialismo di inizio Novecento. Una riflessione che oggi appare più forte e interessante, grazie alle ultime preziose voci che sono state fornite dagli scrittori nativi dei paesi colonizzati e che hanno portato in luce un pezzo di storia non ancora del tutto metabolizzata.

Se pensiamo ai movimenti Black lives Matter e suoi affini, possiamo solo considerare come la chiusura di un capitolo così importante della storia europea e mondiale è ben al di là da venire.  Rileggere oggi L’amante vuol dire sbirciare in una camera oscura del nostro recente passato europeo.

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