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Alcuni suggerimenti per fare i conti col colonialismo

Il tema del colonialismo ha ancora grandi margini di esplorazione, qui suggeriamo alcuni testi che approfondiscono l’argomento in modo efficace. La domanda fondamentale per l’attualità che ne ricaviamo è: siamo sicuri che il colonialismo sia finito? Siamo sicuri che le multinazionali non usino metodi messi a punto durante il 1600?

Congo di David Van Reybrouck

Quando nel 2010 David Van Reybrouck pubblicò Congo, le pagine da lui scritte scatenarono un dibattito importante in tutta la comunità internazionale. In Belgio, ma non solo, il libro fu criticato e amato da più parti.

Chi ha amato questo libro trovava importante la presa di posizione rispetto al periodo colonialista, il racconto delle barbarie perpetrate dai coloni belgi e le difficoltà successive all’indipendenza (decisamente tra virgolette indipendenza) del Congo nel creare governi stabili e democratici. Chi non ha amato questo libro invece trovava che il racconto fosse ancora troppo euro-centrico, nonostante la dichiarata volontà dell’autore di portare alla luce il punto di vista dei congolesi.

Van Reybrouck ha vissuto in Congo e quindi tutto il suo racconto passa attraverso una conoscenza geografica, fisica e sociale del paese, tuttavia a molti è sembrato ancora un racconto troppo poco incisivo.

Che lo si sia amato o meno tutto sommato poco importata, quello che conta oggi, a tredici anni di distanza da Congo, è come il dibattito si sia evoluto e in quali direzioni sia andato.

La visione di Van Reybrouck era quella di una colonizzazione ancora guidata dallo spirito di progresso europeo che aiutava il paese africano a modernizzarsi. Non trascurando di raccontare la violenza di Leopoldo II e di molti altri piccoli capetti belgi, nonostante tutto emergerebbe una volontà governativa che avrebbe potuto anche ammodernare il paese.

I grossi dubbi però, è forse anche la mancanza di questo punto di vista, emergono quando il racconto si fa cronaca, ovvero si lancia sull’attualità. L’analisi di Van Reybrouck sulla salita al potere di Lumumba (visto come un perdente) e il giudizio positivo del primo decennio del regime di Mobutu sconvolge ad una prima lettura, poi si coglie il progetto più grande di voler raccontare di come un paese possa raggiungere la propria stabilità solo attraverso molti tentativi anche sbagliati.

Quello che oggi fa riflettere del libro, che comunque dovrebbe essere letto da chiunque decida di affrontare un percorso sul colonialismo, è il punto di vista ancora troppo timido sul colonialismo e sul pensiero che stava dietro questo grande scompaginamento di persone e territori.

Bisogna riconoscere a David Van Reybrouck il merito di aver aperto una discussione importante che, stranamente, non ha portato avanti dedicandosi soprattutto ad altri temi, cogliendo una falla nell’ideologia del benaltrismo di molti paesi europei (oltre al Belgio).

Viene il sospetto che per aver un altro punto di vista bisogna andare a mettere il microfono sotto ad altre bocche, bisogna cambiare i soggetti del racconto.

Punti di vista più incisivi

Per farlo, per esempio, bisogna andare ad ascoltare i nipoti del colonialismo, ascoltando cosa possono insegnarci rispetto a quel periodo.

Seguendo questa via, ci ritroviamo in un caso più unico che raro che è Capelli, lacrime e zanzare di Namwali Serpell, (leggi la recensione) capolavoro che racconta bene come il colonialismo non fu un movimento idealista e motivato da grandi orizzonti: “I primi coloni non erano brillanti o regali. Non erano re. L’impero era una finzione del cazzo. Erano colonialisti, e per questo è sufficiente la forza bruta.”

Oltre ad un racconto personale e letterario, che nel caso di Namwali Serpell è puntellato da argomenti storico-scientifici, se vogliamo riflettere sulle motivazioni e sui veri movimenti che hanno portato a duecento anni di storia orribile del mondo, dobbiamo rivolgerci ai saggi, categoria che lo scorso anno ci ha donato alcuni importanti documenti.

Fino a poco tempo fa, il saggio di Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie (leggi la recensione) era l’unico (quasi) punto di vista rinnovato sulla storia dell’essere umano. O almeno, un saggio che apriva finalmente la storia della progressione dell’uomo da un punto di vista globale e non regionale. A Diamond non interessava capire di chi fosse il merito di un particolare successo o meno: lo scopo dello scienziato americano era raccontare come il mondo si era evoluto negli ultimi tredicimila anni.

Una cosa interessante che coglieva Armi, acciaio e malattie era l’influenza che i paesi del cosiddetto terzo mondo hanno avuto sulla crescita della civiltà mondiale. Se il mondo appare “scoppiato” in Europa, un’analisi più attenta del percorso dell’umanità, ci fa scoprire come la maggior parte della costruzione di utensili per il lavoro siano nati fuori dall’Europa, mentre il pensiero filosofico cinese aveva 1000 anni di anticipo sulla fioritura greca.

Una volta ridimensionato il nostro euro-centrismo dovremmo chiederci perché allora l’Europa si è imposta così violentemente sui paesi africani, sudamericani e sul continente indiano? La risposta, o una delle risposte, ce la dà un libro meraviglioso uscito lo scorso anno: Anarchia di William Dalrymple. (leggi la recensione)

Dalrymple, ripercorrendo la storia della caduta dell’impero Mogol e quindi della ascesa degli inglesi nel sottomettere la più ricca dinastia mondiale, smuove alcuni elementi interessanti di riflessione sul colonialismo che influenzeranno di certo la futura ricerca sul tema.

La prima tesi che Dalrymple sostiene è che gli inglesi furono “costretti” a gettarsi nelle imprese coloniali, visto lo strapotere economico che Belgio ed Olanda stavano raggiungendo grazie proprio alla sottomissione dei paesi africani.

Un altro aspetto molto interessante della riflessione di Dalrymple è la dimensione completamente economica che dà del fenomeno del colonialismo. In Anarchia non c’è idealismo o retorica: ci sono delle merci, c’è da strappare il miglior prezzo possibile. Punto, questione finita.

Per chi vorrà approcciarsi a questo straordinario saggio, scritto come un romanzo, le scoperte non finiranno qui: sarà il modo in cui gli inglesi riusciranno a sottomettere l’impero Mogol ad avere del maledettamente geniale.

Sulla stessa scia delle ricerche di Dalrymple troviamo, anch’esso uscito lo scorso anno, un saggio davvero complesso e ricco: La maledizione della noce moscata, scritto dal grande giornalista Amitav Ghosh (leggi la recensione), un viaggio nella storia delle merci e di come il loro accaparramento cambi il rapporto di forza tra i continenti.

Partendo dalle isole Molucche, Gosh descrive l’abuso di violenza usata dagli europei nei confronti degli abitanti delle isole del Pacifico come una conseguenza dell’avidità economica dei primi avventurieri belgi. Non c’era nessun idealismo, ripetiamo, solo bisogno di accaparrare beni. Storia facile.

Il libro di Gosh però va oltre il colonialismo seicentesco e racconta alcuni meccanismi del mondo contemporaneo che di fatto tengono ancora una parte del mondo imprigionata ai bisogni degli europei e degli statunitensi. Per esempio l’utilizzo dei carburanti fossili e le conseguenze del cambiamento climatico sono reti ben distese per tenere una parte della popolazione mondiale sotto il controllo delle nazioni che hanno ancora oggi interessi economici che si basano sullo sfruttamento di altre parti del mondo.

Sia Gosh che Dalrymple lanciano una domanda strisciante: siamo sicuri che il colonialismo sia finito? Siamo sicuri che le multinazionali non usino metodi messi a punto durante il 1600? Tutti e due da grandi saggisti lasciano che la risposta venga da noi, forse non oggi, ma che scaturisca da una nostra riflessione.

Sicuramente in questo nuovo anno l’editoria ci darà aggiornanti su questo tema di riflessione, aggiornamenti che il mondo chiede a gran voce, come dimostra l’importanza del movimento Black Lives Matter.

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