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La matta

Ogni mattina, la matta, che poi si chiama Paola e ha un’età indefinita, segue sempre lo stesso percorso. Esce di casa, in via Carmagnola, prosegue per via Pollaiuolo, passa prima per via Porro Lambertenghi, poi supera via Borsieri arrivando fino in via Garigliano e infine svolta a destra verso piazzale Minniti. Lì si ferma nel bar dei cinesi e dopo aver bevuto un bicchier d’acqua e dato da mangiare al suo cane, un bastardino di piccola taglia color caffellatte, riprende per via Pastrengo e poi di nuovo in Carmagnola. Sempre la stessa strada, sempre gli stessi cestini in cui rovistare e cercare qualcosa, sempre le stesse persone da guardare di sottecchi, perché tu sei diversa da loro e loro lo sanno. Il suo preferito è il cestino di fianco al forno perché è sempre pieno di carta oleosa, quella per le focacce, e dove spesso ci trovi anche qualcosa di più. Per lei è normale cercare tra i rifiuti, i matti non hanno molto a cuore le convezioni sociali, anzi, se ne fregano proprio, e chissà che spesso non abbiano ragione loro. Se nel cestino c’è qualcosa di utile e di buono, la si prende e la si mette in un sacchetto.

Paola, la matta, adora i sacchetti. Ne ha di ogni tipo e colore, li chiede a chiunque, o meglio, ai pochi che le danno retta. Lei preferisce quelli di plastica leggera, perché si piegano meglio e ce ne stanno di più stipati in borsa. Ora vanno di moda quelli in plastica pesante o addirittura in tela, che all’Esselunga paghi oltre un euro, ma a lei non piacciono. Un sacchetto di un euro va tenuto da conto, quelli che usa lei, invece, forse si romperanno più spesso ma puoi sostituirli con più facilità, sono più utili e meno impegnativi. Un sacchetto da oltre un euro, del resto, è durevole, ci si affeziona, e lei non è in grado.

Paola era matta, ma non lo è stata sempre. Quando era piccola non era matta, era una bambina tranquilla coi capelli corti che ai sacchetti preferiva le bambole. Suo padre la portava in bicicletta tutte le domeniche, la metteva sul seggiolino da manubrio. Paola se lo ricordava molto bene perché adorava guardare davanti e indovinare quale strada sua papà avrebbe preso, ma più di tutto le piaceva appoggiare la suola della scarpina sulla gomma della ruota anteriore e sentire lo “zzzzzz” del contatto tra due gomme. Suo papà quando la vedeva si arrabbiava e le diceva che era pericoloso ma alla fine rideva e glielo faceva fare tutte le volte che voleva. Poi una domenica di ottobre, mentre erano in giro ad ammirare i colori rossi dell’autunno, una macchina uscì repentina da una via laterale e si portò via la vita del papà. Ma in cambio regalò a Paola un’enorme passione per i sacchetti.

Ora quei seggiolini non li fanno più, adesso vanno di moda quelli da mettere dietro, sul portapacchi, così il bambino è più sicuro anche se davanti a sé vede solo la schiena del papà e non la strada. Meno sogni, più sicurezza, è questione di gusti, Paola nonostante tutto, preferiva quelli di un tempo.

Paola, dicevamo, era matta. Viveva in un monolocale di via Carmagnola, una casa in affitto che gli pagava sua sorella. Lei, Marta, non era come Paola. Era normale. Aveva un figlio, Dario, un lavoro dignitoso, un marito che la tradiva e all’Esselunga comprava sacchetti da oltre un euro. Marta le aveva preso una casa in affitto e una volta a settimana le mandava una donna a pulire, era il suo modo di prendersi cura della sorella senza avvicinarsene troppo ché si sa, i matti, ad averli troppo vicini è difficile riuscire a capirli. A volte, veniva lei stessa a trovarla, ma non accadeva spesso, troppi gli impegni e troppe le cose da fare. Prima di via Carmagnola, Paola viveva in una comunità lì vicino, si chiamava casa Alla Fontana, era all’interno di una chiesa ed era gestita da una cooperativa. Paola lì si trovava bene, si sentiva accolta e aveva la possibilità di uscire quasi tutte le volte che voleva, protetta abbastanza da non sentirsi abbandonata, sola quel che basta per illudersi di essere libera. Non era molto di compagnia, a dire il vero, non voleva sapere delle vite degli altri ospiti, a volte era curiosa, ma mai abbastanza da farle venire la voglia di sedersi a tavola con loro. Non voleva affezionarsi, perché poi bisogna che ci si prenda cura, e lei non era in grado.

Lì c’era Mattia, un ragazzo di Bergamo, anche lui di un’età indefinita, dagli occhi azzurri e la rabbia in corpo. A Paola Mattia piaceva, perché era schivo quanto lei. Passava pomeriggi interi a guardare la fontana in mezzo al giardino della comunità. Non leggeva, non giocava, sembrava quasi non pensasse neppure. Non parlava quasi mai e se lo faceva era per esprimere sue esigenze contingenti. Entrò in comunità con le stampelle e dopo due mesi faticava a muovere le ruote della sua sedia a rotelle, il suo corpo lo stava abbandonando e lui lo sapeva. I suoi educatori la chiamavano sclerosi multipla, lui, la sclerosi, la definiva a parolacce. “Quella puttana non mi permette neanche più di pisciare da solo”, questo diceva. E poi si lamentava che non poteva più fare cose da maschio, come uscire, ubriacarsi, ballare, scopare. In realtà, nonostante le mille parolacce dette a mezza bocca, perché anche i muscoli facciali iniziavano a fare fatica, il suo pensiero ricorrente era per Giada, un amore nato a scuola, un sentimento appena accennato, mai consumato e alla fine, per forza di cose (più di lei che sue), abbandonato. Mattia era arrabbiato per questo, ma lo dava a vedere molto poco. Giada in fin dei conti era un ricordo bello, e non voleva che parlandone venisse anch’esso infettato dalla “puttana”.

Mattia e Paola stavano pomeriggi interi a guardare la fontana, senza mai darsi fastidio. Lui guardava fisso davanti a sé, ogni tanto pareva sorridere, ogni tanto, invece, serrava le mascelle e guardava lontano. L’acqua gli faceva zampillare i ricordi, si affollavano dietro i suoi occhi e quel turbine di immagini a volte era un sollievo, a volte un macigno. Paola, d’altro canto preferiva non pensare troppo, a lei bastava il calore di una persona vicino che non le chiedeva cose di cui non voleva parlare. Erano una bella coppia in fondo, a vederli di spalle, uno affianco all’altra di fronte a quella fontana. Lei sempre concentrata a catalogare le sue scorte di sacchetti, ogni tanto lo guardava e sorrideva. Lui, invece, stava fermo ma gli sentivi battere il cuore a tre metri di distanza.

Ok, basta.

Non sono uno scrittore e penso si veda. Però Paola e Mattia esistono veramente, le loro vite sono reali, io ci ho solo ricamato un po’ su. Paola, che poi non si chiama Paola, è veramente matta e ha veramente un’enorme passione per i sacchetti. Matta ci è nata, e probabilmente non è mai salita su una bicicletta. Suo padre non è morto in un incidente, ma sta morendo lentamente, di alcol e macchinette. Fanno parte di quella umanità autoctona che ancora sopravvive all’Isola, seminascosta dall’acciaio dei nuovi grattacieli, sopportata a fatica da chi in questo quartiere ci è arrivato da poco. Mattia, che poi non si chiama Mattia, la sclerosi ce l’ha davvero, ma di lui a parte questo non so nulla. So solo che a un certo punto, il suo corpo gli ha levato anche la possibilità di restare seduto ed è stato trasferito in una struttura più idonea. Con Paola ci parlo quasi tutti i giorni perché gira davvero per cestini ogni mattina ma di sacchetti però gliene ho sempre dati pochi, perché anch’io preferisco quelli da oltre un euro. Chissà se faccio bene, lei nonostante tutto continua a chiedermeli. Con Mattia invece ci ho parlato una volta sola ed è stata una delle cose più difficili della mia vita.

Raccontare di loro è un pretesto, lo confesso. Ho voluto farlo perché in realtà volevo pubblicare qualcosa di quel posto che Mattia ha frequentato davvero, e che Paola invece non ha visto mai, solo nelle mie velleità di scribacchino. Si chiama Casa Alla Fontana e consente a persone affette da patologie di vario tipo di vivere una vita protetta e allo stesso tempo libera. È un progetto meraviglioso, fidatevi, e come tutte le cose meravigliose vive nascosta, in questo caso all’ombra dei grattacieli. 

Non dico altro, fatevi un giro qui

 

La matta ultima modifica: 2017-09-19T07:55:12+00:00 da massimo miliani

Su massimo miliani

Ho il CV più schizofrenico di Jack Torrence, per questo motivo enunciare qui la mia bio potrebbe risultare un po' complicato. Semplificando, per lo Stato e per l'Inpgi, attualmente risulto essere giornalista.

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