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la paura dei poeti anni 90

La paura dell’ignoto di Chris Cornell, degli altri della sua generazione e la nostra

 

Come tutti ieri mattina alla notizia delle morte di Chris Cornell ho sentito un buco nello stomaco, uno schiaffo da dentro la pancia, non da fuori. Non fosse altro per i ricordi di me ragazzino di sedici anni in giro per i navigli con il registratore a cassette che sparava Superunknown, ciondolante sulle gambe, convinto (come quasi tutti gli adolescenti, del resto) che il mondo non capisse il mio mondo di adolescente ribelle.

Già, ma ora sono passati ventanni e più da quei giorni e la notizia di Cornell suicida è la notizia di un padre di famiglia e di un uomo di successo che decide di togliersi la vita annebbiato da chissà quali demoni. E allora che fai, viene automatico spingersi a cercare in fondo in quegli anni, trovare se qualche traccia di questo finale tragico del grunge fosse già scritta sottotraccia. Ad un certo punto scopri che è così, c’erano già tutti gli elementi pronti per questo devastante epilogo.

Bisogna tornare indietro agli anni 90 a quello che succedeva in America e quello che accadeva nel mondo: da un lato la riunificazione della Germania e la caduta del muro di Berlino avevano infuso nuove speranze in un mondo che lentamente usciva (ma ne siamo davvero usciti?) dalla guerra fredda, dall’altro la guerra in Bosnia aveva spaventato l’Europa e l’America con una guerra spietata nel cuore dell’Europa “a due passi da Milano 2” come sentenziava la celebre battuta di Paolo Rossi.

L’eroina fra i ragazzi era un’ombra meno visibile rispetto ad un tempo, ma comunque strisciante, e tutti avevano un po’ paura a dire che stavano cercando la felicità vista la conclusione dei plasticosi anni ottanta.

Ad un certo punto dalla radio (Radio Deejay nota bene) esce “Smell like a teen Spirit” in mezzo a quintalate di musica house e tu che fai a quindici anni? Capisci che sta succedendo qualcosa di molto forte e violento, qualcosa di rivoluzionario. Hai bisogno di crederlo e senti che di quella voce graffiante e disperata ti puoi fidare e pensi che anche tu in fondo ti senti un po’ così: patetico, speciale, lucido e malato, fragile e violento, il tutto mischiato tra le note di quel riff di chitarra unico.

Parte il Grunge, senza avvertimenti. Parte come parte l’amore, così come partono le rivoluzioni.

Ed è a quel punto che trovi in radio una decina di gruppi che ti rivoltano le budella, Nirvana ovviamente, Soungarden ma anche Mudhoney (che Dio li benedica), Alice in Chains , Pearl Jam e tutti quelli che volete metterci dentro. Il contagio è avvenuto, non c’è Facebook, non metti like ma prendi il treno e vai nei negozi di dischi di Duomo, Porta Romana sui Navigli e poi alla fiera di Senigalia a comprare i maglioni e gli anfibi usati. Il grunge diventa la vita di molti adolescenti.

Ma non è solo moda, è poesia. C’è ancora un briciolo di umanità e di verità in tutto, le canzoni passano dalle vene (ahimè non solo loro) alle classifiche dei dischi, perché incontrano altre anime perse a cui Michael Jackson sta simpatico ma non basta.

C’era poesia perché i cantori della rivoluzione grunge erano dei poeti, sognavano e scrivevano delle loro sofferenze e dei loro disagi senza pudore, soffrivano e morivano per l’incapacità di trovare la forza di ribaltare quella situazione, soffrivano addirittura nel vendere i dischi. Il dolore viaggiava di pari passo alla frustrazione di non saper ribaltare le cose e alla bellezza che era in grado di creare. Negli anni 70 c’era l’ideale politico a coprire e spesso ad indirizzare la ribellione di quegli anni, qui no. Negli anni 90 c’è una violenza spesso nichilista che porta alla paralisi, al nirvana ma non nel senso del piacere ma dell’atarassia.

Cobain scrive sulle donne di Sarajevo “violentami ancora, non ci sono solo io, violentami” Eddi Vedder racconta l’incesto (in un singolo che girerà le radio) i Soundgarden fanno il giro: si lanciano nello spiegare tutto quello che è super sconosciuto, ci lanciano nell’altra dimensione, il rito pagano è completato. Poe incontra Ginsberg e il panteismo.

Chris Cornell racconterà nel 2014 che non avrebbe mai potuto fare ancora la musica che faceva negli anni novanta e la ragione era semplice: quella musica era pura distillato di dolore per ogni nota c’erano cento lacrime soffocate nella droga o nell’alcol.

A questo punto tutto appare purtroppo più chiaro, quello che è successo negli anni novanta nel nord est degli Stati Uniti è stato un regalo magico e fragilissimo al mondo. Poesia pura, contaminazione tra musica, letteratura (non parliamo qui delle letture di Kurt Cobain ma sarebbe bello poterlo fare), rivoluzione post-ideologica e ricerca di un proprio spazio nel mondo mentre il mondo, intanto, diventava sempre più largo e incomprensibile.

 Noi non sapremo mai cosa è passato per la testa Chris Cornell in quelle ore violente, ma quello che sappiamo bene è che la sua voce rauca e perfetta, e le parole che ha condiviso con noi sono opera di un’anima trasparente che ha attraversato il mondo come una goccia di etere pura. Troppo pura e fragile per resistere all’attrito del mondo.

 

La paura dell’ignoto di Chris Cornell, degli altri della sua generazione e la nostra ultima modifica: 2017-05-19T12:59:28+00:00 da Andrea Labanca

Su Andrea Labanca

Andrea Labanca cantautore, laureato in Filosofia e performer, ha scritto due album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" è stato disco della settimana dì Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" è stato ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Ora è in uscita il suo terzo album.
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