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Quel 10 sulla schiena

Quando mi si chiede di parlare di calcio, io molto spesso declino, faccio spallucce, cerco di dribblare il discorso e andare a rete con un argomento diverso. Oggi, invece, no. Oggi mi tocca scendere in campo, me la sento dal punto di vista umano, mi sono scaldata, grazie Mister.

Oggi sono anche sulle tribune, davanti alla televisione e dentro le righe della Gazzetta.
Sono una dei tanti che hanno visto fare l’ultimo giro di campo al capitano della Roma Francesco Totti, con le mani in faccia e gli occhi lucidi. Una dei tanti che non è romana, non tifa Roma, ma ne riconosce i meriti, sia come sportivo, sia come simbolo di un’intera città.
Una dei tanti che si è fermata a ripercorrerela carriera di uno sportivo che cammina a testa china, salutando con in sottofondo un Ennio Morricone che mette i brividi solo quello, in un luogo gremito di giallo rosso dove i cori cantano allo sfinimento “Un capitano, c’è solo un capitano”.
Roba da pelle d’oca bionda.
Un Olimpico che si trasforma in un’arena per salutare il gladiatore, quello che forse non avrà dato il cuore in pasto ai leoni, ma l’ha riservato ad una città. La sua.
La stessa che gli ha dato i natali e che lo ha visto crescere anche quando lo definiva Er Pupone, anche quando lo ha proclamato il suo ottavo re e che Romolo, Servio Tullio e compagnia bella non ne abbiano a male, ma lui ci era parso più simpatico, la stessa città che adesso vede un figlio andarsene.
È cresciuto questo pupo, lo dice lui stesso nella lettera che ha scritto e letto con la sua solita cadenza ai tifosi, alla famiglia, alla squadra, alla vita.
Quella vita che cambia inevitabilmente, perché il tempo, maledetto tempo, non può arrestarsi.
È arrivato il momento di togliersi la maglia l’ultima volta e di spegnere la luce, dice, con la paura di ritrovarsi al buio, esattamente come i bambini.
Ho chiesto a parecchi amici cosa ne pensassero di quest’uomo dal punto di vista umano e sportivo al di là della propria fede calcistica, del proprio interesse per questo sport o la simpatia verso il soggetto.
Mi hanno risposto in tanti.
Tanta stima per il suo attaccamento a quella maglia cucita addosso, una dichiarazione d’amore da calcio romanzato, ma che fa battere il cuore a tutti quelli che senza tirare calci ad un pallone non ci sanno stare.
Un riconoscergli degli errori anche, scelte discutibili, gesti non proprio da gentleman alle volte in campo, ma con lo stesso finale di stima e riconoscenza per quella fede mai messa in discussione.
Un campione, un uomo, uno che avrei voluto incontrare a Trastevere e farmi raccontare una barzelletta e magari litigare sulla regola del fuorigioco, per poi finire tutto a tarallucci e vino.
Rifiutare offerte madrilene per non spezzare il corazòn di chi gli ha consegnato il suo è stato un gesto d’amore puro, avere atteggiamenti non del tutto consoni con gli avversari un po’ meno, ma poi lo si perdonava appena, con un tocco, faceva venire giù la curva.
Tutti che mi hanno fatto ricordare altri grandi capitani, due miei soprattutto, Maldini e Baresi, poi Del Piero, Bergomi per restare agli ultim ianni e qui l’almanacco nel calcio potrebbe dire la sua, ma non glielo permetto perché l’articolo è il mio e so tra poco mi manderete in panchina.
Gran personaggio in tutti i sensi, divertente, uno che sa come prendere sul serio il suo ruolo, ma che ci ride su perché ha la giusta dose di ironia.
Accompagnato dai figli e dalla sua compagna di vita che si è presentata con una t-shirt a lui dedicata con la scritta “6 unico”, la stessa cosa che lui anni fa fece per lei, in campo dopo un gol.
Ciao capitano. Te ne vai via di schiena con quel numero stampato che mi fa pensare ad una cosa:
Non importa che tu abbia una fascia al braccio, che tu faccia un lavoro stratosfericamente pagato o chissà che.Non serve la villa a Miami, il tavolo a bordo pista e neppure che i giornali parlino di te.
Potresti rimanere per sempre nell’anonimato, avere una vita serena, ma essere o cercare di diventare il numero 10 di qualcuno.
Fare quello che si può nel migliore dei modi, con la passione e gli infortuni che la vita, a volte entrando a gamba tesa, ci procura.
Quella maglia lì, ti rimane addosso all’anima.
Grazie de core Francè.
E voi #dajesempre.
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NdD – Anche io come Clara di calcio non amo parlare, primo perché non sono tecnicamente così ferrato da reggere un confronto da bar sport e poi perché sono juventino, quindi stronzo, antisportivo, per nulla obiettivo etc etc etc.
Però due cosine su Totti le voglio dire.
In Italia, quando una carriera termina (o una persona muore), si tende a rivedere quanto questa persona ha fatto, il più delle volte enfatizzandone in maniera spesso esagerata le gesta. Io credo che Francesco Totti sia stato uno dei calciatori italiani più forti di tutti i tempi. Lo metto, per fare un esempio, subito dietro a Baggio (per me il numero uno assoluto)  e allo stesso livello di fenomeni quali Del Piero e Pirlo, giusto per restare dal centrocampo in su. Il suo talento però, spesso non è stato supportato da una “testa” sempre centrata e non parlo soltanto di alcune cadute di stile imperdonabili (come il calcio in culo a Balotelli, tanto per dire la prima che mi viene in mente) ma parlo di alcune esternazioni personali che a volte, più che facilitare la società, hanno in qualche modo avuto il demerito di destabilizzarla.  Un rapporto tanto stretto, quanto povero di vittorie tanto che mai come in altri sodalizi viene da chiedersi chi ha dato di più all’altro, se la città o il suo figlio prediletto. Detto ciò, quello che mi preme sottolineare in questo inutile corollario al bel pezzo di Clara, è il valore di Totti  on in quantoi calciatore, ma in quanto simbolo di una città complicata, o per lo meno diversa da tutte le altre. Totti, infatti, è esattamente come la sua Roma, con i suoi colpi di genio e le sue cadute infinite, con il “cucchiaio” in semifinale a un Europeo e quello sbagliato davanti a Sicignano, tra insulti beceri e amore sincero, sempre a metà tra l’accoglienza più calda e la presa per il culo. Burinaggine estrema che va a braccetto con la classe più pura, perle di tempi lontani definite “coccetti” e contraddizioni drammatiche, che ti fanno gridare allo scandalo ma che poi diciamolo, alla fin fine sono sempre colpa di qualcun altro. Roma, dove vincere è una condanna, ma è anche un qualcosa che se arriva, poi ti cambia e allora non è più così bello. Si fantastica da tempo di quello che sarebbe potuto essere Totti lontano dalla Capitale, di quello che avrebbe potuto vincere in una piazza più orientata al successo. Ma perché? Totti, ne sono certo,  fuori da Roma sarebbe stato un “fenomeno qualunque”, con più trofei in bacheca, certamente, ma forse con molti sorrisi in meno. Io, invece, Francesco Totti me lo voglio ricordare così: perfetto, nella sua estrema imperfezione, coerente con le sue enormi contraddizioni, proprio come la città che lo ha amato in maniera incondizionata per più di 20 anni.  
                                                                                                                                                              Massimo Miliani
Quel 10 sulla schiena ultima modifica: 2017-05-30T13:33:36+00:00 da Clara

Su Clara

Sono cresciuta a libri,moda e rock'n'roll. Mangio arte fin da piccola e ho sempre saputo che mi sarei occupata dell'immagine in tutto quello che la riguarda. Dopo i canonici anni di Liceo Artistico frequento l'Istituto Marangoni e l'Accademia del Lusso e della Moda a Milano dove spazio tra creazioni, styling e scrittura di settore. Ho una passione per il vintage a cui do una seconda vita, riutilizzando accessori e complementi d'arredo la cui immagine si stravolge e ne esce completamente rinnovata, la linea si chiama Resurrection Design, un nome che è tutto un programma, ma soprattutto una filosofia sulle possibilità. Scrivo, disegno e dispenso consigli su quello che sarà cool, una sorta di guida semiseria di quello che fotografo in giro per la City con l'occhio marcato dall'eyeliner e che racconto come se fosse una storia. Rido tanto, sogno molto e macino chilometri...ma sempre con un certo stile!

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