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Cohousing – Quando la necessità favorisce la socialità

Parrebbe essere il trend del momento. Metto l’ipotesi perché non sono ancora certi i dati che i media propinano, ma sembra che sia una mossa non così troppo azzardata visto i tempi che corrono.

Chi ha analizzato il fenomeno del Cohousing -complessi abitativi autonomi e privati con spazi in comune da condividere con gli altri inquilini- sostiene che siano soluzioni che hanno avuto origine nel Medioevo e funzionato positivamente.
In quel periodo buio, esistevano infatti abitazioni che univano varie famiglie, individui singoli, anziani oppure orfani e che creavano aggregazione sociale e lavorativa, molti infatti facevano lo stesso lavoro o collaboravano insieme per il Signore che servivano.
Dalla caccia alle streghe all’annuncio di un appartamento il passo è stato breve, da qui il fenomeno “dieci cuori e una capanna”, come lo amo definire io.
Curiosa ritorno alle origini  o avanguardia moderna? 
Certo è che in un periodo storico dove i rapporti umani sono sempre più visti con diffidenza, la scelta di abitare sotto lo stesso tetto scalda quasi il cuore e materialmente parlando, può far risparmiare.
Pensate solo a quanti di noi cercano dei coinquilini durante gli studi, oppure per un cambio di vita, necessità lavorative, sentimentali o di portafoglio.
Non tutti quelli che arrivano sono per forza amici stretti, quindi con quella che potrebbe essere una soluzione modaiola, in realtà si rafforzerebbero i legami, le persone coinvolte potrebbero unirsi molto più profondamente rispetto ad una solita uscita settimanale, ad una cena o una vacanza ad agosto.
Voi ci andreste ad abitare con i vostri amici?
Io si, subito.
Nonostante sia una che cerca l’indipendenza e la difende a spada tratta, l’idea di vivere in un luogo dove mi basta bussare ad un’altra porta o attraversare il cortile per poter chiedere un parere o raccontare la mia giornata, mi piace proprio tanto.
Perché è rassicurante, affettivo, divertente.
Starete pensando: “E sei certa che non litigherete mai?”.
Risponderei che di certo ci sono solo la morte ed Equitalia, e che il detto “Amici amici, poi ti rubano la bici” è una grande verità, ma che mi piace il rischio e che sceglierei con molto cura la mia sistemazione, i miei tempi e la mia privacy.
Come è giusto che lo facciano loro.
Così si andrebbe ancora più d’accordo, il rispetto aumenterebbe e anche l’aiuto pratico e psicologico ne gioverebbe.
Sapete poi che risate. E le bottiglie di vino aperte con il sottofondo di racconti di vita.
Quanto è vero che gli amici siano la famiglia che uno si sceglie e qui si vivrebbe pienamente questa filosofia di pensiero.
Io i miei vicini li conosco a malapena, non saprei neanche come condividere il mio balcone con loro, magari per una grigliata funzionerebbe, ma poi finirebbe lì. Questa soluzione “comunitaria” andrebbe oltre alla banale presentazione e ai discorsi di circostanza fatti in ascensore a proposito del tempo della convocazione condominiale a cui non parteciperei, se non con la suddetta bottiglia di rosso.
Tale pratica è stata molto in voga fin dagli anni ’70 nei paesi del Nord Europa, che sono sempre stati più aperti mentalmente rispetto a quello che siamo abituati noi, la visione condivisa, l’eco sostenibilità, il senso di famiglia allargata, sono tutti temi con cui la nostra cultura sta facendo i conti solo nel gli ultimi anni.
Nulla di nuovo quindi, ma solo evoluto e concepito per migliorarci come persone.
E poi so fare lavori da manovale, quindi avermi in casa, è tutto di guadagnato.
Cohousing – Quando la necessità favorisce la socialità ultima modifica: 2017-05-23T10:43:52+00:00 da Clara

Su Clara

Sono cresciuta a libri,moda e rock'n'roll. Mangio arte fin da piccola e ho sempre saputo che mi sarei occupata dell'immagine in tutto quello che la riguarda. Dopo i canonici anni di Liceo Artistico frequento l'Istituto Marangoni e l'Accademia del Lusso e della Moda a Milano dove spazio tra creazioni, styling e scrittura di settore. Ho una passione per il vintage a cui do una seconda vita, riutilizzando accessori e complementi d'arredo la cui immagine si stravolge e ne esce completamente rinnovata, la linea si chiama Resurrection Design, un nome che è tutto un programma, ma soprattutto una filosofia sulle possibilità. Scrivo, disegno e dispenso consigli su quello che sarà cool, una sorta di guida semiseria di quello che fotografo in giro per la City con l'occhio marcato dall'eyeliner e che racconto come se fosse una storia. Rido tanto, sogno molto e macino chilometri...ma sempre con un certo stile!

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