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Josè Maria Ardeguas, Fiumi Profondi, la recensione

Ogni volta che leggo un libro come “Fiumi profondi” penso che siamo molto fortunati ad avere scrittori come Arguedas, altrimenti mancherebbe un colore all’anima, l’empatia, la capacità di portarci dentro altre vite e altre anime

“Fiumi profondi” compie proprio questo lavoro, ci porta per mano con discrezione ma profondità nella vita delle comunità indigene del Perù centrale, nelle foreste intorno a Cuzco. In questo libro Arguedas riversa parte della sua biografia, davvero drammatica, ma riesce ad universalizzare le sue esperienze sistemandole nel quadro più ampio della riflessione politica sulle condizioni delle popolazioni indigene latinoamericane.

Il libro si apre con un bambino ammaliato dalla bellezza mastodontica della natura peruviana che viaggia con il padre di città in città, accompagnandolo nei suoi affari di avvocato. Il bambino sta abbracciato al padre e piange per le pietre delle città antica, per la storia che è passata e per le canzoni tristi degli indios. Gli scenari sono notturni, le luci quasi non esistono, si sente l’incedere degli zoccoli del cavallo e le lacrime del bambino, alternate a domande su Dio, la bellezza e il perdono.

Tutto è avvolto nella notte dei tempi, almeno sembra, tutto è ancora bellezza ma con un leggero sentore che qualcosa dovrà succedere. Infatti al terzo capitolo il libro prende un altro filone molto più cupo e realista e questa svolta narrativa è data da un preciso evento: il padre abbandona il bambino per seguire i suoi affari e lo affida ad un collegio ad Abancay. Qui il bambino diventa Ernesto un ragazzo contemplativo ma decisamente battagliero, che scopre il mondo del sesso grottesco di un collegio, della legge della forza e soprattutto del mondo di sfruttamento a cui sono sottoposti gli indios di lingua quecua.

Lo scontro è violento, Ernesto si trova coinvolto in una serie di lotte contadine e di relativi rastrellamenti scoprendo la durezza di una riappacificazione lontana dall’arrivare fra conquistadores e i popoli andini.

Questo incontro-scontro col mondo della violenza rafforza in Ernesto la ricerca di una sorta di ascensione trascendentale da compiersi attraverso la contemplazione della Pachamama (Madre Terra) e l’utilizzo di uno strumento magico lo zumbayllu. Lo zumbayllu merita un capitolo a sé, antica “trottola” fabbricata dagli stregoni che permette di comunicare con altri mondi e con persone e spiriti lontani a cui Ernesto affida la sua voce e la sua richiesta di vicinanza al padre lontano perso nei suoi affari. Il ritmo di questo libro è lento, dove per lentezza si intende la capacità di squarciare il velo della narrazione per farci sprofondare nel mezzo della vita di un paese andino, con profumi e visioni ad esso connesse. Leggere Arguedas è un’esperienza che bisogna vivere e cercare non solo per l’interesse letterario che potrete soddisfare ma anche per la possibilità di arricchirsi di importanti nozioni antropologiche per niente scontate.

Leggi qui l’Intervista a César Brie: raccontando José Marià Arguedas

Le recensioni di EsteticaMente

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Josè Maria Ardeguas, Fiumi Profondi, la recensione ultima modifica: 2017-05-06T07:43:06+00:00 da Andrea Labanca

Su Andrea Labanca

Andrea Labanca cantautore, laureato in Filosofia e performer, ha scritto due album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" è stato disco della settimana dì Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" è stato ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Ora è in uscita il suo terzo album.

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