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Bestemmia: dissertazione semionanistica sui presupposti teorici

Gentile redazione,
mi rivolgo a voi convinto che, grazie alla vostra saggezza e intelligenza e autorità, saprete dirimere la questione che ha coinvolto per otto ore consecutive me e due miei amici. Noi non siamo riusciti a capire chi abbia ragione ed allora abbiamo deciso di scrivere a coloro che soli nell’intero universo possono pronunciare la parola definitiva, il Verbo.

Tre giorni fa è scoppiata una discussione infinita (otto ore appunto) su quando sia più corretto utilizzare la bestemmia. Per comodità vi espongo separatamente le tre posizioni.
Prima. Ha senso bestemmiare solo se credi in dio, perché se non ci credi non ha senso nemmeno insultarlo. Se invece sei credente ti giochi il paradiso ma almeno sai chi stai prendendo a male parole. Poiché ha senso solo se credi in dio bestemmi per i grandi temi, proprio per quelli che concernono una entità tanto superiore che di certo non si cura di piccoli episodi.
Seconda. Ha senso bestemmiare solo per grandi questioni mentre bisogna evitarlo per piccole cose. Per esempio è giusto bestemmiare se perdi il lavoro, se muore qualcuno, se la tua squadra prende gol in finale di Champions (se poi ne prende quattro…), per la fame nel mondo, per le guerre e così via. Ma non perché riguardino dio più da vicino e non è nemmeno necessario crederci, anzi proprio chi non crede ne ha più diritto perché può dire implicitamente: ti credi tanto grande ma hai fatto casini più grandi di quanto credi di essere grande tu e io in un dio tanto incapace non credo.
Terza. Ha senso bestemmiare soprattutto per i piccoli avvenimenti della vita: una penna che cade, un quasi inciampo, una botta sul ginocchio e così via. Più che avere senso è un istinto naturale, o reso pressoché innato da secoli di utilizzo in questo senso, comunque sia l’uomo è bestemmiatore per robe da nulla perché non riesce a farne a meno, mentre sui grandi temi non viene così naturale. Non conta se credi o no, perché l’istinto è insito in noi a prescindere dal fatto di essere stati creati o meno.
Vi prego, sappiateci dire chi dei tre ha ragione.

Luca da Assisi

 

Carissimo Luca,
ci fa piacere sapere che riponi fiducia incondizionata in noi. L’editoria moderna, del resto, va verso questa direzione, il lettore non richiede più verità e pluralismo d’informazione, ma sente la necessità di affidarsi a un’unica campana che sia rassicurante e in linea con i suoi istinti. E noi, abbiamo bisogno di gente come te, gente senza uno scopo certo nella vita, inetta, ignava, senza idee forti e che per questo necessita di una guida, di credere pedissequamente a chi sa parlare al suo cuore (o al suo culo, come nel caso di Feltri e Belpietro).

Ci fa altresì piacere notare come finalmente i nostri lettori abbiano deciso di interrogarci non solo su questioni amorose e sentimentali, ma anche su temi ben più spinosi, etico-morali, dove dall’alto della nostra saggezza possiamo dire la nostra, dove la nostra sensibilità sa indirizzare al meglio le anime perse come la tua. Dove, per districarsi senza commettere errori è necessario possedere non solo la conoscenza più profonda dei temi trattati, ma anche una fine eleganza. Eleganza che in noi, modestamente, alberga in abbondanza, anzi straborda voluttuosa, esattamente come il seno di Angela Cavagna quando si vestiva da infermiera in una qualche trasmissione della TV privata degli anni 90. Tu ci chiedi come e quando usare la bestemmia, e cerchi dal basso della tua pochezza teologica di teorizzare un “quando” partendo dalla suddivisione dozzinale in chi crede e chi no. Poi, ancora peggio, introduci una divisione degli argomenti su cui è lecito proferire bestemmia, imponendoci implicitamente una scala di valori tale per cui, ad esempio, la morte di un parente caro è più grave (e quindi meritevole di bestemmia) di una finale di Champions persa in maniera ignobile.

Capisci caro Luca, che le nostre orecchie sentendo tali assurdità, ci hanno fatto sperare che un dio, di qualunque foggia, esistesse davvero con la sola speranza che, dal fastidio, arrivasse a inviarti un cane malato ad azzannarti la gola, magari proprio un diretto discendente di uno di quegli animali con cui il patrono della tua città soleva accompagnarsi.
La questione della bestemmia, infatti, mio caro Luca, trascende l’esistenza di dio e supera i gradi di importanza (fittizi) che attribuiamo ai fatti della vita. La bestemmia si inserisce in un quadro molto più umano, oseremmo dire quasi legato alla psicologia. Per questo, in maniera superficiale potremmo dire che forse, la tua terza ipotesi, cioè quella istintuale potrebbe essere la più corretta. Ma anche qui, le riserve sono moltissime. La bestemmia, infatti, trova il suo senso nell’esistenza di un qualcosa che è una pura costruzione dell’intelletto: un’articolata e studiata necessità di ingabbiare la paura di morire in qualcosa di divino, qualcosa di inspiegabile che dia un senso alla caducità della nostra esistenza biologica. Per cui ipotizzare che l’insorgere della bestemmia sia puro moto istintuale è un po’ un controsenso, visto che l’origine della sua semantica è intellettuale. Se così fosse, allora, dovremmo ammettere che il nostro istinto non è quello unico di preservare la specie (punto in cui Darwin e il Cattolicesimo collimano), ma di esistere secondo una volontà che, a un certo punto, può persino portarci a negare l’importanza della vita stessa (cosa che converrai è ben poco religiosa).
Quindi, in definitiva, la tua domanda è mal riposta perché non è importante sapere il come e quando usarla, ma, piuttosto, è fondamentale conoscere il perché dell’esistenza della bestemmia.
Ora, immagino, vorrai sapere qualcosa di più.
Beh, attaccati al cazzo e aspetta l’uscita del nostro manuale in PDF: “Genesi e sviluppo della bestemmia dall’anno 0 a Germano Mosconi”, prossimamente in uscita a soli 19.99 euro su questo sito.

Bestemmia: dissertazione semionanistica sui presupposti teorici ultima modifica: 2017-06-19T14:04:44+00:00 da Redazione

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