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Luigi Vergallo, Milano Frammenti: una storia d’amore difficile in una città che cambia troppo in fretta

Luigi Vergallo, autore di Milano Frammenti, è uno storico di professione, ovvero analizza documenti sulla polizia e sulle organizzazioni criminali per lavoro. Le sue letture sono molteplici e sopratutto molto approfondite. Bene cosa c’entra questo con la recensione del suo Milano FrammentiC’entra perché nel leggere questa meravigliosa storia d’amore difficile, scoprirete come si possa raccontare una storia d’amore raccontando una città che cambia troppo in fretta e un poliziotto che interpreta la divisa come una missione che deve al suo territorio.

Elena e Marco vivono una storia difficile, lei violenta, lui riluttante ad aprirsi definitivamente all’amore, tutti e due annebbiati da un passato che ha lasciato più tracce di quanto credano. Mentre questa storia d’amore si consuma dalle finestre passa una Milano popolare, fatta di apertivi scadenti (non gli happy hour del centro) e di persone per bene che fanno qualcosa per male per rimanere a galla nella loro città.
Un noir avvincente, che ha il fulcro della narrazione nella storia d’amore e di sopravvivenza di una giovane coppia. Luigi Vergallo ci regala una bella fotografia di Milano in cui saranno molti i quarantenni a riconoscersi.

Come sei arrivato al noir? Come ho già auto modo di raccontare, io ho scritto questo romanzo non pensando che sarebbe stata molto distante dalle altre mie opere di narrativa più vecchie. Mi sono accorto poi in corso d’opera e soprattutto a posteriori con le restituzioni che mi facevano le persone a cui facevo leggere il libro, mi sono reso conto che il mio essere un divoratore di noir, non solo italiano ma anche francese e inglese, questa passione probabilmente aveva finito per incidere sulla trama di questo romanzo che non avevo iniziato a scrivere come un noir, ma che poi evidentemente si è fatto contagiare dai moduli e dagli stilemi di questi genere.
In effetti quindi questo è noir che l’autore non si aspettava di scrivere, quindi sinteticamente direi che sono arrivato a questo genere soprattutto perché mi ci hanno portato le mie letture.

 

Il noir secondo te è un genere politico? Io credo che il noir in sé in qualche modo nasca già fortemente contaminato dalla politica, diciamo anche che storicamente è sempre stato un rifugio per i peccatori che avevano trovato il modo per parlare di temi scottanti e per muovere una critica alla società nascondendola dentro le pagine del noir che andavano a scrivere.
Ha senso chiedersi se il noir oggi è ancora un genere politico? Oggi si è creata la divisione tra due scuole noir: una, che è quella a cui mi sento più vicino, è più esplicitamente o implicitamente politica, vede nel noir la possibilità di restituire un pezzo di sogno alla società che descrive nelle sue pagine. Questo vuol dire che fa vedere un altro mondo possibile, quindi in un mondo di poliziotti tutt’altro che buoni il noir ti regala dei poliziotti buoni, comprensivi, umani, che sanno gestire i conflitti dei loro quartieri in un modo efficace perché capaci di gestire i conflitti. Non solo repressione ma anche dialogo con la società con cui si confrontano,  quindi anche con la criminalità, che poi peraltro è il modello che si è affermato in Italia per tutta la contemporaneità,  almeno fino alla contestazione e questo lo dico da storico delle criminalità. Restituire insomma una società  più umana attraverso la distruzione di alcuni stereotipi e la costruzione casomai di altri stereotipi come il poliziotto buono o il criminale anch’esso buono.
Dall’altra parte mi sembra si sia creato un filone  di noir, di gialli, di thriller che invece rifiutano questa costruzione della società e vanno invece ad alimentare gli stereotipi presenti nella società in cui non trovi per esempio criminali buoni, ma saranno tutti cattivissimi, non ci saranno poliziotti buoni ma sono tutti cattivissimi e, mi verrebbe da dire, in cui la violenza non è mai celata anzi è pornografica è sbattuta in faccia.
Quindi  direi che il noir oggi ha almeno due filoni, uno che continua la tradizione stilistica della costruzione di un sogno e un altro filone che da questa prospettiva si è decisamente allontanato.

A me ha colpito molto il tema dell’amore che mi sembra addirittura preponderante, c’è una visione di amore che è combattimento  interiore ma anche esteriore nel costruire una relazione, presente sia in un personaggio apparentemente più pacato come Marco sia in Elena che invece è dichiaratamente più inquieta. Dicevo prima che non volevo scrivere un noir, adesso posso dirti che quello che pensavo sarebbe stata la parte centrale del libro era una storia d’amore generazionale. Che cos’è l’amore oggi?
Mentre scrivevo la storia d’amore essa stava in prima piano e la parte noir invece aveva una parte secondaria, poi l’equilibrio si è invertito probabilmente per le ragioni che prima ti descrivevo, ma è vero che la storia d’amore ha una grande importanza. Io infatti volevo scrivere di una storia d’amore con quelle difficoltà che sono della nostra generazione, che in alcuni casi sono estremamente materiali come la precarietà.
Tutti parlano della precarietà come una pigrizia o addirittura come una debolezza. 
Io ho cercato di spiegare cos’è nella quotidianità la precarietà e che cosa può produrre, una delle cose che può produrre è una storia d’amore complicata. Marco ed Elena affrontano battaglie molto importanti per stare insieme, per stare al mondo, per vivere bene a Milano che non è una città facile nella quale vivere in condizioni di precarietà.

L’unica rivoluzione è la nostra, sembra essere una frase sulla ricaduta alla vita personale dopo una sconfitta politica. C’è un passaggio da un macrocosmo politico ad un microcosmo ad un certo punto? C’è un rifugiarsi nella vita privata per una generazione che è figlia di quella sconfitta politica. Quindi è vero che ricercano gli stessi ideali, gli stessi temi, gli stessi contenuti della generazione precedente, ma nella pratica malavitosa che è quella pratica che vuole anche trasformarsi in un progetto più grande di cooperazione, addirittura  di redistribuzione.
In questa parte del libro che citi succede una cosa che storicamente accadeva nei quartieri popolari europei: quando veniva arrestato il ricettatore per esempio, nel quartiere partiva la colletta per mantenere la famiglia del ricettatore. Quindi in quel caso specifico c’è un riferimento storico preciso, che in quel punto del libro Marco, Giovanni Francesco fanno loro e rivestono addirittura di un contenuto sociale. Quindi partono da una sconfitta sociale ma utilizzano il loro know how di saper rubare per costruire una rivoluzione sociale che sia in grado di ridistribuire e condividere.

 

Mi pare che nella tua narrazione di Milano emerga una città da cui non ci si riesce a liberare e che allo stesso tempo regala molta solitudine. Io  credo che a Milano siano aumentate le isole di alienazione e di solitudine, come nella scena che citavi di Ligresti chiuso in casa che è una scena a cui sono molto affezionato. Io credo che questa città stia viaggiando a due velocità che invece di avvicinarsi si allontanano sempre di più. Perché se si attraversa il semicentro della città, per non parlare delle periferie, mi sembra che questo progetto di sinistra si sia dimenticato un po’ di pezzi per strada. Si è dimenticato di costruire pezzi di municipalità, di ricostruire centri al di fuori dei centri cittadini, nelle periferie che hanno bisogno di luoghi di aggregazione, di luoghi dove le persone possano costruire reti di socialità e di solidarietà. Soprattutto in una situazione in cui la precarietà la fa da padrona e in cui le giovani generazioni fanno fatica non tanto a lavorare, ma a lavorare con una prospettiva, con una possibilità vera di immaginarsi un futuro. Poter immaginare un futuro sulla base di condizioni lavorative stabili, questa è la cosa più complicata per dei giovani a Milano.

Ligresti è una figura splendida nel libro, un poliziotto che ha una grande coscienza del suo ruolo e che lo esercita in una funzione sociale. Ligresti è una figura  profondamente radicata nella storia italiana. La polizia, dopo la contestazione, cambia in qualche modo rompendo il dialogo nei quartieri fra malavitosi e istituzioni, ma subito attiva gli anticorpi per ricucire questo distacco, per esempio costruendo il sindacato di Polizia, il Siulp.
La polizia ovviamente è costituita da uomini per cui c’è una parte che è ancora molto consapevole della sua funzione sociale e prova ancora oggi a lavorare in questo modo alimentando il dialogo, mentre sicuramente c’è un’altra parte della polizia che è probabilmente composta di uomini molto più individualisti e meno consapevoli della propria funzione sociale.

Qual è il passaggio tra l’attività dello scrittore e quella dello storico? La mia giornata è divisa in due. Di giorno studio per il mio lavoro, cioè il ricercatore in università, e quindi durante il giorno leggo principalmente saggi scientifici sulla malavita e sulla polizia nel novecento. Da qui spesso mi rimangono in testa storie che sono spendibili in senso narrativo dentro un racconto. Quindi durante quella parte della giornata è come se accumulassi e accantonassi delle storie.
Poi durante la seconda parte della giornata, quando ho messo a letto i bambini, se non esco a bere un aperitivo con la mia fidanzata o miei amici, allora leggo molti romanzi, noir, gialli e scrivo narrativa.
Quando ho iniziato, quindici – tredici anni fa, non riuscivo a tenere separate le due scritture che sono oggettivamente molto diverse, quella del romanzo storico e quella della narrativa, quindi dovevo separare le cose anche temporalmente e nello spazio. Oggi riesco a scrivere in due modi diversi, anche in una stessa giornata, questo mi permette di fare convivere un saggio scientifico e un capitolo del mio libro nella stessa giornata, come ho fatto ieri per esempio.

Quale libro avresti voluto scrivere? C’è un libro di cui parlo spesso quando mi chiedono di consigliarne uno, La forza dei ricordi di Aldo Pagano uscito per Todaro Editore un paio di anni fa, un noir che ha la forza di essere contemporaneamente saggio storico e noir. Questo sicuramente è un libro che avrei voluto scrivere.
Un altro libro invece è Il diario portoghese di Mircea Eliade perché pare un grandissimo un manuale di scrittura. Ecco un giorno mi piacerebbe scrivere un manuale di scrittura che non è un manuale di scrittura ma che lo diventa per chi lo legge, come Il Diario portoghese di Mircea Eliade che uno non se lo aspetterebbe ma che invece è un bellissimo manuale di scrittura.

In quale città ti piacerebbe ambientare un nuovo libro? Barcellona, la città dove sono rimasto per alcuni mesi a studiare documenti sulla polizia spagnola.

Luigi Vergallo – Milano Frammenti – Eclissi

 

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Luigi Vergallo, Milano Frammenti: una storia d’amore difficile in una città che cambia troppo in fretta ultima modifica: 2017-09-08T08:00:49+00:00 da Andrea Labanca

Su Andrea Labanca

Andrea Labanca cantautore, laureato in Filosofia e performer, ha scritto due album impregnati di letteratura. "I Pesci ci osservano" è stato disco della settimana dì Fahrenheit Rai RadioTre e "Carrozzeria Lacan" è stato ospitato a Sanremo dal Premio Tenco. Ha collaborato con diversi scrittori (tra cui Aldo Nove e Livia Grossi) e ha lavorato come attore per Tino Seghal. Ora è in uscita il suo terzo album.

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