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Facci, l’Ordine, la libertà di espressione e il bisogno impellente di un cambiamento

La sospensione per due mesi di Filippo Facci da parte dell’Ordine dei Giornalisti, a causa di un articolo contro l’Islam, ha scatenato un animato dibattito social (sì, lo sappiamo che le parole “dibattito” e “social” nella stessa frase, creano lo stesso disagio che si prova affiancando i termini “Juventus” e “Champions”). In molti si sono schierati a favore della decisione dell’ODG, molti altri, tra cui Enrico Mentana, sono completamente in disaccordo con la sentenza perché lesiva della libertà di espressione. Noi, alla solita maniera (e cioè a cazzo di cane), abbiamo voluto dire la nostra e farne persino una #CampagnaDelMese.

Al di là del fatto che l’articolo di Facci possa essere condiviso o meno (e mi sa che in Italia è condiviso da moltissime persone, solo che sono prive di megafono) è indubbio che il pezzo pubblicato un anno fa su Il Giornale e in cui lo scrittore/giornalista enuncia i motivi del suo personale odio verso l’Islam (ci ha piazzato dentro di tutto, dal loro concetto di teocrazia fino ai piedi puzzolenti sui nostri marciapiedi) abbia avuto il grosso merito di “obbligare” gli organi di informazione e in misura minore i lettori, a interrogarsi prima sulla correttezza o meno della sentenza di sospensione comminata dall’Ordine dei Giornalisti (due mesi senza stipendio, in pratica), e in seguito, sul significato che diamo oggi alla libertà di espressione e sull’utilità degli organi preposti a garantirla.

“Guerra sui social”

La pubblicazione della sentenza ha scatenato una polemica molto forte tra chi ha ritenuto corretta la punizione e chi, come Enrico Mentana e Pierluigi Battista, hanno invece condannato l’operato dell’ordine in nome di una libertà di espressione che non deve mai essere messa in discussione. Soprattutto il direttore del TG di La7, molto attivo sui social, con le sue risposte ai commenti dei fan ha scatenato un bel casino. Per riassumere il Mentana-Pensiero che poi è anche quello di chi ha difeso Facci, è questo: 1) L’articolo di Facci pur essendo un purissimo distillato di sterco ha tutto il diritto di essere pubblicato, perché in Italia esistono la libertà di stampa e la libertà di opinione; 2) Il meccanismo che ha portato alla sospensione di Facci è errato, lo dicono l’articolo 21 della costituzione e le regole stesse alla base dell’ordinamento giornalistico; 3) L’Ordine dei Giornalisti è un apparato inutile, obsoleto, dannoso e in quanto tale va abolito.

Qui, e per qui intendo in questo covo di redazione gestito da debosciati (io) e pazzi maniaci erotomani (agafan), dopo attenta analisi a base di bestemmie su skype e conseguenti ubriacature notturne per smaltire i fumi polemici, abbiamo deciso che siamo d’accordo con chi difende Facci, ma a metà. Cioè ok che il pezzo di Facci è agghiacciante, ok l’importanza della libertà d’espressione, però alcuni punti ci suonano storti.

I problemi sono tanti

Non vogliamo addentrarci sulle questioni prettamente legislative che regolano questo tipo di contenziosi, però, da quello che emerge dalla sentenza, l’Ordine ha punito Facci basandosi sulla Legge Mancino, un dispositivo che vieta espressamente l’utilizzo di espressioni volte a incitare o fomentare violenza e odio razziale. Alla base di ciò, dunque, le motivazioni per una sanzione ci sono tutte (basta leggersi il pezzo per rendersene conto, e che non si tiri fuori la menata di Charlie Hebdo o la satira in generale, che quella segue un altro tipo di registro comunicativo). Dato all’Ordine quello che è dell’Ordine ciò che lascia perplessi, è la decisione di rivalersi sul solo Facci e non, come dovrebbe essere, sul direttore responsabile e la testata che ha pubblicato l’articolo. Il pezzo, del resto, è stato approvato da un direttore il quale, per legge, risponde in solido di quanto è pubblicato eppure, qui sembra che il colpevole sia il solo Facci. Ma tant’è.

In più (e qui iniziamo a incazzarci) ci preme però sottolineare quanto questa presa di posizione strida in maniera evidente con l’immobilismo dell’ODG in merito ad altre e numerose questioni deontologiche. Il giornalismo odierno, inutile nasconderselo, è diventato una sorta di far west dove le più basilari regole di comunicazione e correttezza vengono prese a calci in culo in nome della sopravvivenza (visti i numeri, di quella si tratta), soprattutto sulla rete. Il rapporto del giornalista col lettore non è più un legame basato sulla trasmissione della verità ma una semplice gara all’acchiappo in cui a farne le spese, è la verità stessa. C’è chi lo fa col click baiting, chi inventandosi notizie di sana pianta, chi cercando il sensazionalismo estremo e chi, come nel caso di Facci, esprimendo opinioni (lecite, lo ribadiamo) che vanno a mirare dritto alla pancia di chi è scontento, di chi non sa o, più semplicemente, di chi ha bisogno di qualcosa contro cui scagliarsi.

Ordine non da abolire ma da riformare

In questo contesto, ribadiamo che fa specie vedere come l’Ordine, il “tribunalicchio” (così l’ha definito Mentana) preposto a difendere e regolamentare la categoria riesca a essere così zelante sul pezzo di Facci, che di fatto rappresenta la mera messa in prosa di un’opinione tanto becera quanto comune, e così cieco davanti a tutte le magagne che il sistema comunicazione mostra al giorno d’oggi. Nello spiegare la sentenza, il Presidente ODG Nicola Marini argomenta: “L’informazione e la libertà  d’espressione hanno un preciso richiamo costituzionale insieme ad altri principi che pongono al centro la persona e la sua dignità contro ogni forma di discriminazione.

Vero, verissimo. Però è anche vero che più che censurare un articolo palesemente d’opinione (ancorché di merda), affinché la persona e la sua dignità vengano messe realmente al centro del processo d’informazione, è necessario che l’informazione stessa torni a seguire le regole deontologiche che ne hanno fatto un organo vitale della realtà democratica. Per fare ciò, e qui siamo in netta contrapposizione con Mentana, serve un Ordine forte, capace di riformarsi dal di dentro, e (tornare a) essere sul serio una sorta di faro con cui potersi orientare per fare questo lavoro al meglio. Quello a cui stiamo assistendo è un progressivo svilimento della professione e della qualità del prodotto editoriale, il web ha confuso la libertà d’espressione con un “liberi tutti” che ha di fatto disgregato un’intera categoria. Editori che fanno giornali con quattro soldi e cinque “pagherò”, giornalisti che non sono giornalisti, esperti SEO al posto di quelli che un tempo erano i direttori editoriali e, come sfondo, una contrapposizione drammatica tra la carta e il web, figlia solo di una difesa dei privilegi che un tempo c’erano e ora non ci sono più. Tutto questo esiste e peggiora di anno in anno -e qui Mentana ha ragione- perché l’Ordine non ha saputo reagire ai cambiamenti. Ma tutto questo potrà migliorare -e qui vogliamo essere più ottimisti del direttore- solo se l’Ordine avrà la forza di cambiare.

Scusate, doveva essere una campagna, e invece è venuto fuori uno sfogo. Allora, visto che sempre di campagna si tratta, vi chiediamo questo. Dato che all’Ordine abbiamo detto tutto quello che volevamo dire, resta la questione della libertà d’espressione, per cui leggetevi il pezzo di Facci, lo trovate qui. Leggetelo 100 volte e provate a chiedervi perché è un pezzo sbagliato. Poi leggetelo altre 100 volte e chiedetevi perché, pur essendo così disturbante, è un pezzo che ha ragione d’esistere. Non servirà a cambiare il mondo, ma forse libererà in voi un filo di coscienza critica.

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Facci, l’Ordine, la libertà di espressione e il bisogno impellente di un cambiamento ultima modifica: 2017-06-30T06:46:49+00:00 da Redazione

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